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22 settembre 2016

I bambini siriani che si suicidano

La situazione in Siria, a causa della guerra, è davvero preoccupante. E quanto avviene a Madaya, un villaggio sulle montagne al confine con il Libano. dovrebbe destare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Purtroppo ciò non si verifica.

Cosa succede a Madaya?

Lo descrive molto bene Oscar Nicodemo in un articolo pubblicato suwww.huffingtonpost.it.

“Madaya è un villaggio siriano sulle montagne a confine con il Libano, assediato da mesi dell’esercito di Damasco.

Qui, la popolazione, costretta alla fame dagli oppressori, mangia foglie e i fiori coltivati nei vasi di casa.

Qui, da tempo, l’orrore, quello che si presenta nella sua veste malefica, che fa spavento e ribrezzo, va in scena regolarmente, ogni giorno, a tutte le ore, in qualsiasi momento.

Si tratta dell’orrore più terreno, quello causato dagli uomini ai suoi simili, perpetrato da una civiltà all’altra, da una cultura all’altra, da una etnia all’altra; quello che dopo Auschwitz non si pensava potesse riprodursi e che invece si manifesta nella sua spirale di orribile verità…

Eppure, i medici di Madaya riferiscono di bambini e adolescenti che tentano di togliersi la vita, nel gesto disperato di porre fine a una sofferenza che perdura da molto tempo. Davvero troppo per essere sopportata e in qualche maniera metabolizzata per vincerne la minaccia di morte in essa racchiusa.

Le conseguenze di ordine psicologico dovute all’incessante assedio che sta divorando anima e cervello di chi abita quel luogo rappresentano quanto di più terribile un conflitto sia in grado di generare tra chi è costantemente attaccato, asserragliato, tenuto sotto il fuoco nemico.

‘Save the Children’, ha recentemente parlato di centinaia di persone affette da malattie mentali, tra cui la depressione e la paranoia causate, appunto, dalle condizioni disperate degli assediati, che per sopravvivere si nutrono di insetti e piante…

‘La pressione senza tregua per chi vive in queste condizioni per anni è enorme, soprattutto per i bambini’, ha dichiarato in un comunicato Sonia Khush, direttore di Save the Children in Siria.

I bambini di Madaya, intanto, si uccidono perché non hanno da mangiare, perché vorrebbero fuggire e non ci riescono, perché dimenticati dal mondo…”.

Non credo che sia necessario da parte mia alcun commento.




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19 settembre 2016

Eutanasia sui minori: il Belgio è il primo Paese a non girare la testa dall'altra parte

In Belgio si è verificato il primo caso, nel mondo, di eutanasia che ha interessato un minore. La legge vigente in Belgio già da tempo prevedeva tale possibilità. Ma fino ad ora non era stato mai praticato un atto di eutanasia nei confronti di un minore.

Quanto avvenuto in Belgio ha provocato notevoli polemiche anche in Italia.

Mina Welby e Marco Cappato, in rappresentanza dell’associazione Luca Coscioni, hanno rilasciato a tale proposito una dichiarazione che  mi sembra di notevole interesse e che condivido pienamente.

“Il Belgio è il primo Paese al mondo a non girare la testa dall’altra parte di fronte alle condizioni di sofferenza insopportabile che possono colpire anche persone minori.

Le regole belghe forniscono sufficienti garanzie per prevenire abusi e sopraffazioni del tipo di quelli che accadono nella clandestinità alla quale condannano leggi come quelle italiane”, hanno dichiarato Mina Welby e Marco Cappato.

“Purtroppo in Italia i media, incluso il servizio pubblico radiotelevisivo, affrontano la questione solo per inseguire i casi di cronaca.

Si fa finta di non sapere che l’eutanasia clandestina è una realtà praticata anche sui minori, rispetto alla quale il Belgio è stato il primo Paese al mondo ad avere il coraggio di porre regole a garanzia dei malati, delle loro famiglie e dei medici.

Purtroppo, il caso del Belgio sarà certamente usato come spauracchio per evitare una assunzione di responsabilità della politica italiana e continuare a girare la testa dall’altra parte”.

“Per parte nostra, hanno concluso Welby e Cappato, continuiamo l’azione di disobbedienza civile e diamo appuntamento al XIII congresso dell’associazione Luca Coscioni, che si terrà a Napoli dal 30 settembre al 2 ottobre”.

 




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14 settembre 2016

Anche nel 2006 i no al referendum costituzionale erano contro il governo

Si sostiene, come se fosse una novità, che quanti voteranno no al referendum costituzionale che si dovrà tenere tra qualche mese in realtà intendono opporsi al governo Renzi e che, quindi, le caratteristiche della riforma della Costituzione non determinano affatto la loro opposizione. Ma tale situazione, appunto, non è nuova.

Nel 2006 si tenne un altro referendum costituzionale, tendente a non far entrare in vigore la riforma della Costituzione varata dal governo Berlusconi.

Presentava, quella riforma, delle notevoli diversità risposta alla riforma proposta dal governo Renzi, e poi approvata dal Parlamento.

In realtà, anche allora, chi svolse una campagna, piuttosto intensa, per far vincere i no e affossare pertanto la riforma del governo Berlusconi – gli esponenti dei partiti di centrosinistra cioè – non era molto interessato ai contenuti della riforma, ma era interessato a contrastare il governo di centrodestra e a indebolirlo, cosa che sarebbe avvenuto se i no avessero vinto.

E in quella occasione vinsero i no.

La stessa situazione si sta verificando con il referendum costituzionale riguardante la riforma sostenuta dal governo Renzi.

Al di là della cosiddetta personalizzazione del referendum, almeno inizialmente voluta dallo stesso Renzi, il quale ha affermato, per diversi mesi, che avrebbe abbandonato la politica se avessero vinto i no, era inevitabile, come sta continuando ad avvenire, nonostante che le posizioni del presidente del Consiglio siano parzialmente cambiate, che gran parte di coloro che si impegnano per far vincere i no avessero e hanno ancora un solo obiettivo, indebolire il governo e soprattutto Matteo Renzi.

A costoro non interessano affatto i contenuti della riforma costituzionale.

Ripeto, a loro interessa solamente sconfiggere Renzi, per costringerlo anche alle dimissioni da presidente del Consiglio.

Questa è la realtà.

Tale atteggiamento dei sostenitori del no è criticabile?

Forse sì.

E non ci si deve stupire più di tanto che ciò avvenga e  lo dimostra appunto che si era verificata la stessa cosa anche nel 2006, pur se le parti si sono invertite: allora era il governo di centrodestra che doveva essere sconfitto, adesso è il governo di centrosinistra.

Ma la logica è la stessa.

Probabilmente quanto avvenuto nel 2006 e quanto sta avvenendo ora dovrebbe quanto meno far riflettere sull’opportunità di prevedere la possibilità che una riforma costituzionale approvata dal Parlamento sia sottoposta a referendum.

Qualche osservatore ed analista politico lo ha fatto, ma sono pochi.

Ed anche io sono convinto che una riflessione, come quella che ho poco sopra evidenziato, dovrebbe essere promossa.




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12 settembre 2016

Per "sconfiggere" i grillini non è sufficiente quanto avvenuto a Roma

Se i gruppi dirigenti dei partiti del centrosinistra o del centrodestra dovessero pensare che sia sufficiente quanto avvenuto a Roma, e cioè le evidenti difficoltà di Virginia Raggi e della sua giunta, ed anche quelle manifestate, relativamente alle vicende romane, da alcuni esponenti, di livello nazionale, del movimento 5 stelle, affinchè i consensi rivolti a tale movimento, nel prossimo futuro, si riducano considerevolmente, si sbaglierebbero e non di poco.

A meno che le vicende romane non inducano ad un’implosione dell’intero gruppo dirigente nazionale del movimento, evento che non ritengo probabile, anche se si verificasse una formale sfiducia  sancita da Grillo nei confronti della Raggi o addirittura se l’attuale sindaca dovesse dimettersi, non credo che i consensi nei confronti dei grillini, nel breve periodo, possano ridursi in misura molto rilevante.

Una limitata riduzione dei consensi nei loro confronti è probabile, ma non credo che assumerebbe dimensioni consistenti, tali da determinare una vera e propria crisi di notevole portata del movimento, riduzione limitata che potrebbe anche attutirsi con il passare del tempo.

Infatti, gran parte dei consensi ottenuti dal movimento 5 stelle, sia nelle elezioni politiche che nelle elezioni regionali e comunali, dipendono dagli errori, dall’incapacità di rinnovamento, degli altri partiti, sia di centrosinistra che di centrodestra.

Inoltre ad accrescere i loro consensi ha svolto un ruolo importante sia la persistenza in Italia di difficoltà economiche di notevole rilievo sia l’incapacità dell’Unione europea di affrontare efficacemente i maggiori problemi del nostro continente, da quelli economici, di nuovo,  a quelli determinati dai flussi migratori che si indirizzano verso l’Europa.

E non mi sembra che, nel breve periodo, la situazione economica ed occupazionale del nostro Paese possa migliorare sensibilmente e che l’Unione europea modifichi radicalmente la propria azione.

Inoltre, gli altri partiti, sia di centrosinistra che di centrodestra, non si stanno affatto rinnovando.

A parte il fatto che fenomeni di corruzione che coinvolgono esponenti di quei partiti non cessano di manifestarsi, i partiti in questione continuano imperterriti a non rinnovarsi.

Si occupano, quasi esclusivamente, di mantenere il proprio potere, anche se ridotto rispetto al passato, e gran parte dei loro esponenti, anche di primo piano, tendono a privilegiare i propri interessi personali.

In una situazione simile, è più che probabile che il movimento 5 stelle o mantenga i propri consensi o li riduca solo in misura limitata.

Gli altri partiti quindi, se vorranno davvero “sconfiggere” i grillini, tramite un miglioramento dei loro risultati nei futuri appuntamenti elettorali, non devono restare fermi ad aspettare che si ripeta in altre città quanto avvenuto a Roma, a causa del dilettantismo, dell’incapacità di governare, degli esponenti del movimento 5 stelle.

Sarebbe un errore madornale, nel quale però è possibile che gli altri partiti cadano.




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8 settembre 2016

Anche D'Alema sta invecchiando male

In un post che ho scritto alcuni mesi fa sostenevo che Fausto Bertinotti stava invecchiando male, riferendomi alle sue recenti posizioni piuttosto vicine a quelle di Comunione e Liberazione. E io credo che anche Massimo D’Alema stia invecchiando male. Sarebbe meglio che si dedicasse di più alla sua attività di produttore di vino e meno alla politica.

Infatti la sua decisione di dare vita a un comitato per il no al prossimo referendum costituzionale mi sembra immotivata, o meglio motivata da ragioni che non hanno nulla a che fare con il referendum.

Sia chiaro è legittimo, ovviamente, che si consideri sbagliata la riforma costituzionale promossa dal governo Renzi e che, quindi, si voti no al referendum e che ci si impegni attivamente affinchè vincano i no.

Io ritengo, per la verità, che la riforma costituzionale in questione sia abbastanza buona, come del resto la legge elettorale ad essa collegata, il cosiddetto “Italicum”.

Ma, contemporaneamente, condivido una parte dei motivi che inducono a una scelta diversa dalla mia quanti sostengono il no.

Aggiungo, per chiarezza, che considero assolutamente inconsistente la motivazione addotta da alcuni, secondo la quale con la riforma costituzionale del governo Renzi in Italia si verificherebbe quella che spesso viene definita “deriva autoritaria”.

Non c’è alcun rischio di deriva autoritaria e chi lo ipotizza sostiene il falso.

Ma, tornando a D’Alema, non si può non rilevare che i motivi di fondo che lo spingono a schierarsi a favore del no sono altri rispetto a quelli che lui evidenzia.

Il principale dei motivi è rappresentato dal fatto che il governo Renzi non gli ha attribuito, nel recente passato, incarichi a cui lui puntava, in primis quello di Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, incarico per il quale fu nominata invece Federica Mogherini.

E poi D’Alema, contrastando la riforma costituzionale del governo Renzi, di fatto assume una posizione in contrasto con quanto sostenuto in passato, anche tramite un suo impegno diretto.

Si deve ricordare che D’Alema fu uno dei principali promotori della cosiddetta commissione bicamerale che tendeva a realizzare cambiamenti della Costituzione in parte simili a quelli contenuti nella riforma del governo Renzi, peraltro tendenti, quelli sì, ad aumentare considerevolmente i poteri del premier, fino a trasformare di fatto la repubblica italiana in una repubblica presidenziale, cosa che non avviene con la riforma tra pochi mesi sottoposta a referendum.

In base a tali considerazioni, peraltro note, D’Alema farebbe meglio a tacere o quanto meno a non assumere posizioni del tutto liquidatorie nei confronti della riforma del governo Renzi.

Peraltro, proprio perché le vere motivazioni e le vecchie posizioni di D’Alema sono ben conosciute, più D’Alema critica la riforma costituzionale del governo Renzi e più fa un favore ai sostenitori di questa riforma.

Pertanto, sarebbe meglio per tutti, e in primo luogo per lui stesso, che D’Alema si occupasse molto meno di politica e decisamente di più della sua attività di produttore di vini. E’ infatti proprietario di un’azienda agricola vicino a Narni, in Umbria.

E sembra che i suoi vini siano anche di buona qualità.

Perché, quindi, D’Alema persevera nel suo impegno politico, che si dimostra controproducente per lui stesso?

Una possibile spiegazione: anche D’Alema sta invecchiando male.




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5 settembre 2016

Poveri romani, Virginia Raggi non sa governare

Prima delle elezioni comunali di Roma, scrissi un post nel quale sostenevo la tesi che Virginia Raggi, allora candidata a sindaco della capitale d’Italia, non fosse in grado di svolgere l’incarico per il quale si era appunto candidata. Le vicende di questi ultimi giorni, e cioè le dimissioni di un assessore, del capo di gabinetto, dei dirigenti dell’Atac e di Ama, dimostrano chiaramente che avevo ragione.

Quelle dimissioni dimostrano infatti che Virginia Raggi non è in grado di affrontare i notevoli problemi che caratterizzano Roma.

Fino ad ora si è occupata, prevalentemente, di attribuire incarichi importanti a persone, sì di sua fiducia, ma anche loro inadeguati a svolgere quegli incarichi, e che intendevano condizionare pesantemente l’operato degli assessori chiamati a far parte della Giunta del Comune di Roma.

Peraltro, alcuni di tali personaggi avevano assunto un ruolo di primo piano con la Giunta presieduta dal sindaco Alemanno, sindaco che non ha certo operato bene, tutt’altro, che ha portato avanti politiche clientelari con un gran numero di assunzioni nelle aziende partecipate dal Comune, effettuate favorendo persone che erano vicine a lui politicamente ma che erano del tutto incompetenti.

Inoltre Alemanno è stato anche coinvolto nell’indagine “Mafia Capitale”.

E, quindi, la Raggi si fida e sta valorizzando dipendenti del Comune di Roma, la cui competenza non è all’altezza dei problemi della città, e il cui eccessivo ruolo rappresenta una delle cause alla base delle dimissioni di cui ho riferito all’inizio.

La giunta Raggi, per ora, non ha approvato nessuna delibera tendente ad affrontare i problemi di Roma.

Si è occupata solamente di incarichi, seguendo criteri del tutto sbagliati, come quelli che ho appena descritto.

Peraltro, relativamente a queste problematiche, Virginia Raggi è entrata in contrasto con altre componenti del movimento 5 stelle, a cui aderisce, e con la maggioranza dei consiglieri comunali che fanno riferimento a questo movimento.

Certo, governare Roma è tutt’altro che facile, ma la strada che ha seguitola Raggi è assolutamente sbagliata e dimostra, appunto, la sua incapacità di essere un buon Sindaco.

Per la verità, io credo che una situazione simile si sarebbe verificata anche se fossero stati candidati, e poi eletti, altri esponenti del movimento 5 stelle.

Infatti, una cosa è criticare, anche giustamente, l’operato delle precedenti amministrazioni che hanno guidato il Comune di Roma.

Altra cosa è saper governare.

Il movimento 5 stelle, lo evidenzia quanto avvenuto a Roma, non dispone di una classe politica in grado di amministrare grandi città.

E tanto meno sarebbe in grado di governare l’Italia, se dovesse vincere le prossime elezioni politiche.

I grillini, pertanto, nella loro attività amministrativa, soprattutto a Roma ma non solo a Roma, hanno dimostrato di non essere per nulla alternativi, e diversi, rispetto agli altri partiti, ma talvolta hanno adottato comportamenti anche peggiori.

Questa è la realtà dei fatti.

Quindi, nel caso di Roma, i cittadini dovranno ancora attendere affinchè sia raggiunto il giusto obiettivo di  essere amministrati in un modo decisamente migliore rispetto a quanto avvenuto in passato.

Ed è probabile che i problemi della capitale d’Italia non solo non saranno risolti ma che, invece, assumeranno un rilievo ancora maggiore.




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1 settembre 2016

Caso Regeni, l'ambasciatore italiano non deve tornare in Egitto

Il 3 settembre saranno trascorsi sette mesi dalla morte di Giulio Regeni. Io credo che sia stato assassinato, dopo essere stato sottoposto a delle torture. Ed ancora non è stata fatta chiarezza sulle cause della morte di Giulio, per l’opposizione delle autorità egiziane a fornire risposte precise, e rispondenti alla verità, alle richieste dei magistrati italiani. Quindi Luigi Manconi, parlamentare e presidente dell’associazione “A Buon Diritto”, insieme ai genitori di Giulio e ai presidenti della sezione italiana di Amnesty International e dell’associazione Antigone hanno rivolto un appello al presidente del Consiglio Renzi, che chiunque può sottoscrivere utilizzando questo link https://www.change.org/p/matteo-renzi-caso-regeni-l-ambasciatore-italiano-non-deve-tornare-in-egitto-matteorenzi-paologentiloni/u/17717150

Il testo dell’appello è il seguente:

“Tra pochi giorni, il 3 settembre, saranno trascorsi sette mesi dalla tragica morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ventottenne rapito, torturato e ucciso al Cairo.

In un’intervista rilasciata a Riccardo Iacona (Presa diretta, lunedì 29 agosto) la madre, Paola Regeni, ha affermato: ‘È importante che il nuovo ambasciatore Cantini non scenda al Cairo: non dobbiamo dare questa immagine distensiva’.

Condividiamo la sua preoccupazione. 

Il ritorno in Egitto del nostro ambasciatore, infatti, sarebbe  inteso dalle autorità egiziane come un segnale della volontà di ristabilire normali rapporti politico-diplomatici tra i due Paesi. Riteniamo che ciò sarebbe assai inopportuno, tanto più alla vigilia dell’incontro tra gli investigatori italiani e quelli egiziani, previsto per l’8 e 9 settembre.

Lo scorso 8 aprile il governo ha richiamato a Roma l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari ‘per consultazioni’. Poi, nelle settimane successive, Massari è stato destinato ad altro incarico e sostituito da Giampaolo Cantini. Ma quest’ultimo non ha ancora preso servizio presso l’ambasciata italiana al Cairo e resta, per così dire, ‘richiamato’ in Italia senza che ancora sia stato chiesto al governo egiziano il ‘gradimento’ sul suo nome.

Noi pensiamo che così la situazione debba rimanere per ora. E che il richiamo in Italia dell’ambasciatore rappresenti un primo ed elementare provvedimento da cui non recedere:  e da rafforzare, piuttosto, con  altre e più incisive misure.

Insomma, non può essere consentita una sorta di “distensione” tra i due Paesi dal momento che, da parte delle istituzioni politiche e giudiziarie egiziane, nulla è stato fatto per far progredire la ricerca  della verità sull’assassinio del nostro connazionale.

Di conseguenza, il richiamo dell’ambasciatore va inteso come premessa di altre iniziative di pressione democratica nei confronti del regime egiziano.

Perché, questo è il punto, il governo italiano finora non ha assunto alcun altro provvedimento efficace: e dalle autorità egiziane sono giunte oltraggiose e false affermazioni, ostinati silenzi e vere e proprie forme di depistaggio.

Dunque, senza risposte adeguate e veritiere e senza atti di concreta cooperazione con le istituzioni italiane, non ha alcun senso che l’ambasciatore Cantini si insedi nell’ambasciata italiana al Cairo.

 

Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto

Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e di Cild – Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili

I genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni

L’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini




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29 agosto 2016

Necessario che le Olimpiadi del 2024 si svolgano a Roma

Sembra che Virginia Raggi, sindaco di Roma, intenda ufficializzare il diniego da parte dell’Amministrazione Comunale da lei guidata riguardo alla candidatura di Roma come sede delle Olimpiadi del 2024

Le altre città che si sono candidate sono Los Angeles, Parigi e Budapest.

Queste candidature sono tutt’altro che “forti” e potrebbe veramente cadere su Roma la scelta del Cio (comitato olimpico internazionale).

La contrarietà del movimento 5 stelle alla candidatura di Roma è ben nota ed è stata manifestata da tempo.

Ma tale contrarietà, e quindi l’eventuale scelta della Raggi di impedire che Roma si candidi a sede delle Olimpiadi, è completamente sbagliata e frutto di un’impostazione del tutto ideologica e non di un’analisi seria dei vantaggi e degli svantaggi che si determinerebbero con l’eventuale “vittoria” di Roma.

Infatti, se la realizzazione degli interventi necessari per far svolgere a Roma le Olimpiadi avvenisse seguendo criteri di efficienza e di efficacia, potrebbero essere effettuate opere molto utili alla città anche dopo le Olimpiadi.

Non è affatto detto che la realizzazione di quegli interventi sarebbe in contrasto con le attività necessarie ad affrontare i notevoli problemi della capitale d’Italia.

Peraltro le risorse finanziarie per gli interventi in questione sarebbero fornite dal governo nazionale. Gli sponsor poi, a tale proposito, potrebbero svolgere un ruolo importante.

Ed inoltre con lo svolgimento delle Olimpiadi si potrebbero verificare delle entrate che, in parte, coprirebbero i costi sostenuti.

I vantaggi, poi, sarebbero evidenti, non solo in termini di immagine, per tutta la nazione, ma in primo luogo per Roma.

Ho spesso usato, fino ad ora, il condizionale, perché, giustamente, se i vantaggi saranno superiori agli svantaggi dipenderà da come tutta l’operazione Olimpiadi 2024 verrebbe gestita.

Ma l’Italia, Roma e non solo Roma, in quanto le gare olimpiche si terrebbero anche in altre città italiane, è in grado di gestire bene quell’operazione.

Del resto i risultati ottenuti con l’Expo, a Milano, dimostrano che l’Italia, e gli italiani, se lo si vuole davvero, è in grado di vincere “sfide” certo non facili, ma che il nostro Paese è in grado di affrontare.

Mi auguro, pertanto, che l’Amministrazione Comunale di Roma non ufficializzi il suo diniego nei confronti della candidatura della capitale d’Italia a sede delle Olimpiadi del 2024.

Comunque, anche se ciò avvenisse, la candidatura potrebbe essere mantenuta in quanto sembra che, per il futuro, potranno essere considerate valide candidature anche se sostenute solamente dal governo nazionale, soprattutto perché, nelle ultime edizioni le gare olimpiche non si sono tenute esclusivamente nella città considerate sede principale, ma anche in altre città.

E l’attuale governo nazionale, giustamente, è senza alcun dubbio a favore della possibilità che le Olimpiadi del 2024 si svolgano in Italia.




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25 agosto 2016

In occasione di tutti i terremoti si parla di prevenzione ma non si fa niente

Anche in occasione del terremoto che ha colpito Amatrice ed altri comuni è stato spesso rilevata la necessità di realizzare un piano di prevenzione antisismica, relativa soprattutto agli immobili situati nelle zone a maggiore rischio di terremoti. Io credo, pur se spero che non avvenga, che ancora una volta nei prossimi mesi ed anni si farà poco o niente sul versante della prevenzione.

Che sia necessaria la prevenzione non ci sono per la verità dubbi.

Del resto, appena verificatosi il terremoto del 24 agosto, molti hanno rilevato che sarebbe indispensabile attuare un’estesa ed efficace azione di prevenzione.

Ad esempio il professor Enzo Boschi, ex presidente dell’Ingv (istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia), ha, tra l’altro, dichiarato: “Sul fronte dei terremoti siamo ancora indietro sulla prevenzione.

A Norcia, dove dopo il terremoto del 1979 si è proceduto con interventi antisismici sugli edifici, i danni provocati dal sisma di questa notte sono quasi irrilevanti.

Purtroppo in Italia si costruisce bene, con criteri antisismici, solo dopo un terremoto grave. Eppure l’area colpita oggi dal grave sisma è una zona in cui la Terra si sta come ‘lacerando’, un’area che è nota per essere ad alto rischio sismico.

Quando nel 2003 è stata pubblicata la mappa del rischio sismico in Italia, bisognava intervenire con lavori di prevenzione sugli edifici nelle zone più vulnerabili, ma non in tutte le zone è stato fatto.

Invece le maggiori vittime il terremoto le provoca proprio con i crolli di case ed edifici”.

Il giornalista Francesco Anfossi, su www.famigliacristiana.it, ha, inoltre, scritto:

“…Ma non riusciamo ancora a mettere in campo una cultura della prevenzione, come in California o in Giappone: guardiamo al Sol levante come l’isola lontana dei terremoti e non ci rendiamo conto che quell’isola è simile a noi che siamo la Penisola dei terremoti, lo Stato europeo con la più alta frequenza di eventi del genere.

Quante altre sciagure – non nei prossimi secoli, ma nei prossimi anni – ci vorranno per capire che siamo un paese ad alto rischio?

…Ma se per prevenzione intendiamo una previsione basata sulla frequenza delle scosse sismiche, sulle probabilità che avvengano, sulle condizioni geologiche dell’area appenninica e di altre zone del sottosuolo, sullo stato delle abitazioni, spesso vecchie di secoli come nel caso dei comuni dell’area dell’ultimo terremoto, allora sì che possiamo prevedere con una certa approssimazione l’ipotesi che in quell’area si verificherà un evento catastrofico, mettendo in sicurezza tutte le abitazioni come in Giappone, dove gli edifici sono in grado di assorbire scosse di magnitudo superiore a quella degli ultimi terremoti.

Ma in Italia tutto questo non è mai stato messo in atto. Gli studi e le ricerche sulle condizioni sismiche del territorio nazionale, il censimento del patrimonio edilizio e soprattutto del suo stato, la messa in sicurezza dei comuni più a rischio, l’adeguamento delle norme tecniche e dei materiali di costruzione, l’addestramento della  popolazione all’emergenza a cominciare dalle scuole elementari,la concentrazione degli sforzi dove il rischio è altissimo (come nella dorsale appenninica, nel Nordest e in Calabria, soprattutto nell’area di Reggio Calabria) richiede una politica di ‘visione’ a lungo termine, previdente ma non troppo remunerativa a livello elettorale”.




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24 agosto 2016

In Siria dal 2011 17.000 i morti in carcere

Le terribili esperienze dei detenuti sottoposti a una tortura dilagante sono state rese note da Amnesty International, in un rapporto che stima in 17.723 il numero delle persone morte in carcere in Siria dal marzo 2011, l’inizio della crisi: una media di oltre 300 morti al mese.

Il rapporto di Amnesty International, intitolato “Ti spezza l’umanità. Tortura, malattie e morte nelle prigioni della Siria”, denuncia crimini contro l’umanità commessi dalle forze governative di Damasco e ricostruisce l’esperienza provata da migliaia di detenuti attraverso i casi di 65 sopravvissuti alla tortura.

Da questi racconti, emergono le agghiaccianti e inumane condizioni delle strutture detentive gestite dai vari servizi di sicurezza siriani e nel carcere militare di Saydnaya, alla periferia della capitale.

La maggior parte dei testimoni ha riferito di aver assistito alla morte di compagni di prigionia e alcuni hanno raccontato di essere stati tenuti in celle insieme a cadaveri.

“Il campionario di orrori contenuti in questo rapporto ricostruisce in raccapriccianti dettagli le violenze da incubo inflitte ai detenuti sin dal momento dell’arresto e poi durante gli interrogatori, svolti a porte chiuse all’interno dei famigerati centri di detenzione dei servizi di sicurezza siriani: un incubo che spesso termina con la morte, che può arrivare in ogni fase della detenzione” – ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Da decenni le forze governative siriane usano la tortura per stroncare gli oppositori. Oggi viene usata nell’ambito di attacchi sistematici contro chiunque, nella popolazione civile, sia sospettato di non stare dalla parte del governo.

Siamo di fronte a crimini contro l’umanità, i cui responsabili devono essere portati di fronte alla giustizia” – ha aggiunto Luther.

“I paesi della comunità internazionale, soprattutto Russia e Stati Uniti che condividono la direzione dei colloqui di pace sulla Siria, devono mettere questo tema in cima all’agenda delle discussioni tanto col governo quanto coi gruppi armati e sollecitare gli uni e gli altri a porre fine alla tortura” – ha proseguito Luther.

Amnesty International chiede inoltre il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza. Tutti gli altri detenuti dovrebbero essere sottoposti a un giusto processo in linea con gli standard internazionali oppure rilasciati.

Osservatori indipendenti dovrebbero poter visitare immediatamente e senza ostacoli tutti i centri di detenzione.

Il rapporto di Amnesty International contiene nuove statistiche del gruppo di analisi sui dati relativi ai diritti umani (Hrdag), un’organizzazione che usa un approccio scientifico per analizzare le violazioni dei diritti umani.

Sulla base delle sue analisi, l’Hrdag ha concluso che tra marzo 2011 e dicembre 2015 nelle prigioni siriane sono morte 17.723 persone, oltre 300 al mese.

Nei decenni precedenti il 2011, Amnesty International aveva riscontrato una media di 45 decessi in carcere all’anno, ossia tre o quattro al mese.

Si tratta, in ogni caso, di stime prudenti. Secondo l’Hrdag e Amnesty International, considerando le decine di migliaia di persone sottoposte a sparizione forzata nei centri di detenzione di tutta la Siria, il numero reale delle vittime è probabilmente più alto.

I detenuti spesso trascorrono mesi se non anni nelle strutture detentive dei vari servizi di sicurezza siriani. Alcuni alla fine vengono portati di fronte a un tribunale militare, che li condanna nel giro di qualche minuto, per poi essere trasferiti nel carcere militare di Saydnaya, dove le condizioni sono particolarmente atroci.

La tortura a Saydnaya pare far parte di un tentativo sistematico di degradare, punire e umiliare i prigionieri. Secondo i sopravvissuti, a Saydnaya picchiare a morte i detenuti è la norma.

Inizialmente, i prigionieri di Saydnaya vengono tenuti per alcune settimane in celle sotterranee, dove d’inverno si gela, senza nulla per coprirsi. In seguito vengono portati nelle sezioni ai livelli superiori.

Per non morire di fame, i detenuti cui viene negato il cibo si nutrono con bucce d’arancia e noccioli di olive. Non possono parlare né rivolgere lo sguardo alle guardie, che regolarmente li scherniscono e li umiliano solo per il gusto di farlo.




permalink | inviato da paoloborrello il 24/8/2016 alle 16:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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