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23 luglio 2017

Oltre 3 milioni i malati di diabete

L’Istat ha recentemente presentato un rapporto sulla diffusione del diabete in Italia. Sono 3,2 milioni i malati. Nel Sud si registrano più casi. La mortalità è calata del 20%, nell’ultimo decennio, e rispetto al 2000 i diabetici sono aumentati di un milione.

Quindi, secondo l’Istat, nel 2016 erano oltre 3 milioni e 200.000 in Italia le persone che dichiaravano di essere affette da diabete, il 5,3% dell’intera popolazione (16,5% fra le persone di 65 anni e oltre).

La diffusione del diabete è quasi raddoppiata in trent’anni (coinvolgeva il 2,9% della popolazione nel 1980). Anche rispetto al 2000 i diabetici sono un milione in più e ciò è dovuto sia all’invecchiamento della popolazione che ad altri fattori, tra cui l’anticipazione delle diagnosi (che porta in evidenza casi prima sconosciuti) e l’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete.

Nell’ultimo decennio, infatti, la mortalità per diabete si è ridotta di oltre il 20% in tutte le classi di età.

Inoltre, confrontando le generazioni, nelle coorti di nascita più recente la quota di diabetici aumenta più precocemente che nelle generazioni precedenti, a conferma anche di una progressiva anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia.

Il diabete è una patologia fortemente associata allo svantaggio socio-economico. Tra le donne le disuguaglianze sono maggiori in tutte le classi di età: le donne diabetiche di 65-74 anni con laurea o diploma sono il 6,8%, le coetanee con al massimo la licenza media il 13,8% (i maschi della stessa classe di età sono rispettivamente il 13,2% e il 16,4%).

Lo svantaggio socio-economico si conferma anche nella mortalità ed è più evidente nelle donne, al contrario di quanto si osserva per le altre cause di morte: le donne con titolo di studio basso hanno un rischio di morte 2,3 volte più elevato delle laureate.

Questa patologia è più diffusa nelle regioni del Mezzogiorno dove il tasso di prevalenza standardizzato per età è pari al 5,8% contro il 4,0% del Nord. Anche per la mortalità il Mezzogiorno presenta livelli sensibilmente più elevati per entrambi i sessi.

Obesità e sedentarietà sono rilevanti fattori di rischio per la salute in generale, ancora di più per la patologia diabetica. Tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9% per gli uomini e al 32,8% per le donne (per i non diabetici rispettivamente 13,0% e 9,5%). Nella stessa classe di età il 47,5% degli uomini e il 64,2% delle donne con diabete non praticano alcuna attività fisica leggera nel tempo libero.

Considerando i dati da cui emerge che lo svantaggio socio-economico è una delle cause della diffusione del diabete, si rileva la necessità di intervenire soprattutto riguardo alle persone e alle aree territoriali più svantaggiate.

Per quanto concerne quest’ultimo aspetto ancora una volta si evidenzia che la situazione sanitaria del nostro Paese è notevolmente diversificata all’interno del territorio italiano, sia per la diffusione delle patologie che per la qualità delle cure. Nelle regioni meridionali la situazione è decisamente peggiore.

Pertanto uno degli obiettivi prioritari della politica sanitaria governativa, nei prossimi anni, dovrebbe essere proprio quello di ridurre tali diseguaglianze le quali, sempre di più, risultano del tutto inaccettabili.




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19 luglio 2017

Ero straniero, per cambiare la legge Bossi-Fini

Si stanno raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari” per superare la legge Bossi-Fini e cambiare le politiche sull’immigrazione puntando su inclusione e lavoro.

La campagna di raccolta delle firme è stata chiamata “Ero Straniero-L’umanità che fa bene”, ed è promossa da Radicali Italiani insieme a Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A Buon Diritto, Cild, con il sostegno di numerose organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione, tra cui Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Comunità di Sant’Egidio e tante associazioni locali.

La campagna “Ero straniero-L’umanità che fa bene” si propone di cambiare anche il racconto pubblico sull’immigrazione, ostaggio di pregiudizi, luoghi comuni e vere e proprie bugie che, invece di contrastare, la politica spesso sceglie di cavalcare per guadagnare consenso.

Ecco una sintesi dei contenuti della proposta di legge in questione.

Si introduce il permesso di soggiorno temporaneo (12 mesi) da rilasciare a lavoratori stranieri per facilitare l’incontro con i datori di lavoro italiani e per consentire a coloro che sono stati selezionati, anche attraverso intermediari sulla base delle richieste di figure professionali, di svolgere i colloqui di lavoro.

L’attività d’intermediazione tra la domanda di lavoro delle imprese italiane e l’offerta da parte di lavoratori stranieri può essere esercitata da tutti i soggetti pubblici e privati già indicati nella legge Biagi e nel Jobs Act (centri per l’impiego, agenzie private per il lavoro, enti bilaterali, università, ecc.), ai quali sono aggiunti i fondi interprofessionali, le camere di commercio e le Onlus, oltre alle rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero.

Si reintroduce il sistema dello sponsor, originariamente previsto dalla legge Turco Napolitano, anche da parte di singoli privati per l’inserimento nel mercato del lavoro del cittadino straniero con la garanzia di risorse finanziarie adeguate e disponibilità di un alloggio per il periodo di permanenza sul territorio nazionale, agevolando in primo luogo quanti abbiano già avuto precedenti esperienze lavorative in Italia o abbiano frequentato corsi di lingua italiana o di formazione professionale.

Si prevede la regolarizzazione su base individuale degli stranieri che si trovino in situazione di soggiorno irregolare allorché sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa (trasformabile in attività regolare o denunciabile in caso di sfruttamento lavorativo) o di comprovati legami familiari o l’assenza di legami concreti con il paese di origine, sul modello della Spagna e della Germania.

Tale permesso di soggiorno per comprovata integrazione dovrebbe essere rinnovabile anche in caso di perdita del posto di lavoro alle condizioni già previste per il “permesso attesa occupazione” e nel caso in cui lo straniero, in mancanza di un contratto di lavoro, dimostri di essersi registrato come disoccupato, aver reso la dichiarazione di immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego. Si prevede inoltre la possibilità di trasformare il permesso di soggiorno per richiesta asilo in permesso di soggiorno per comprovata integrazione anche nel caso del richiedente asilo diniegato in via definitiva che abbia svolto un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione.

Il riconoscimento delle qualifiche professionali deve avvenire non solo su base del titolo acquisito all’estero, ma anche attraverso procedure di accertamento standardizzate che permettano la verifica delle abilità e delle competenze individuali acquisite mediante precedenti esperienze professionali.

Si prevede di ampliare il sistema Sprar puntando su un’accoglienza diffusa capillarmente nel territorio con piccoli numeri, rafforzando il legame territorio/accoglienza/inclusione attraverso tre azioni essenziali: apprendimento della lingua, formazione professionale, accesso al lavoro.

Si introducono misure per aumentare, a beneficio di tutti, l’efficacia dei centri per l’impiego, da finanziare con i fondi europei Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione), a partire dall’aumento del numero degli addetti e la creazione di sportelli con operatori e mediatori specializzati nei servizi rivolti a richiedenti asilo e rifugiati.

Ai lavoratori extracomunitari che decidono di rimpatriare definitivamente – a prescindere da accordi di reciprocità tra l’Italia e il paese di origine – va garantita la possibilità di conservare tutti i diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati in modo che possa goderne, al verificarsi della maturazione dei requisiti previsti dalla normativa vigente, anche in deroga al requisito dell’anzianità contributiva minima di vent’anni. In caso di rientro definitivo nell’ambito di progetti di rimpatrio volontario assistito, ha facoltà di richiedere la liquidazione dell’80% dei contributi versati.

Vengono eliminate tutte le disposizioni che richiedono, per l’accesso a molte prestazioni di sicurezza sociale (assegno di natalità, indennità di maternità di base, sostegno all’inclusione attiva ecc.), il requisito del permesso di lungo periodo, tornando al sistema originario previsto dall’art. 41 del T.U. immigrazione che prevedeva la parità di trattamento nelle prestazioni per tutti gli stranieri titolari di un permesso di almeno un anno.

Sono previsti interventi legislativi a livello nazionale affinché tutte le Regioni diano completa e uniforme attuazione a quanto previsto dalla normativa vigente in materia di accesso alle cure per gli stranieri non iscrivibili al Sistema sanitario nazionale (Ssn). In particolare si chiede: piena equiparazione dei diritti assistenziali degli stranieri comunitari a quelli degli extracomunitari, coerentemente con i Lea, e inclusa la possibilità di iscrizione al medico di medicina generale, onde garantire la continuità delle cure, e il riconoscimento ai minori, figli di cittadini stranieri, indipendentemente dallo stato giuridico, degli stessi diritti sanitari dei minori italiani.

Si prevede l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo.

Si abolisce il reato di clandestinità, abrogando l’articolo 10-bis del decreto legislativo 26 luglio 1998, n. 286.

Non posso che invitare tutti coloro che leggeranno questo post a firmare la proposta di legge di iniziativa popolare qui esaminata. Infatti ne condivido pienamente i contenuti.




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16 luglio 2017

La morte di Liu Xiabo, agli altri governi i diritti umani in Cina non interessano

E’ morto, per un cancro al fegato, Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace. Liu era in carcere per il suo impegno in difesa dei diritti umani nel suo Paese. Da poche settimane era stata decisa la sua libertà condizionata per motivi di salute in un ospedale cinese, ma il governo non aveva accolto la sua richiesta di essere curato in un altro Paese.

Ma nessun governo si è impegnato attivamente affinchè la Cina accogliesse la richiesta di Liu.

Non mi vorrei fermare, però, alla vicenda, seppur molto importante, della morte di Liu.

In Cina si verificano frequenti e gravi violazioni dei diritti umani.

Ma i governi dei Paesi più importanti nel mondo sono silenti nei confronti di tali violazioni. Non esercitano affatto pressioni di notevole rilievo affinchè la situazione dei diritti umani in Cina migliori sensibilmente.

Anche in questo caso, gli interessi economici risultano essere ben più importanti rispetto ai diritti umani. E ciò avviene soprattutto in seguito al crescente e notevole peso economico della Cina, i cui investimenti all’estero, di diversa natura e in varie aree territoriali, hanno subìto negli ultimi anni un aumento vertiginoso.

Di nuovo, si può sostenere la piena validità del detto latino “Pecunia non olet”.

Sarebbe necessario, invece, che i governi dei maggiori Paesi chiedessero, con risolutezza, alla Cina di rispettare i diritti umani. Ed anche le popolazioni di quei Paesi dovrebbero fare altrettanto.

Peraltro, io sono convinto che il governo cinese potrebbe migliorare la situazione dei diritti umani, senza che, per questo, venisse messo in discussione radicalmente il potere politico del partito unico, cioè del partito comunista, né il ruolo economico acquisito, nel corso degli anni, dalla Cina. Certo, quel partito si dovrebbe trasformare, il regime cinese dovrebbe diventare democratico, ma senza stravolgimenti nel sistema politico.

Concludo, per ricordare Liu Xiaobo, utilizzando il comunicato emesso da Amnesty International.

“A nome di circa 7 milioni di persone che nel mondo combattono in difesa dei diritti umani, Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, ha espresso il cordoglio per la scomparsa del premio Nobel per la pace Liu Xiabo,

‘Oggi piangiamo la perdita di una gigante dei diritti umani. Siamo solidali con sua moglie Liu Xia e con gli altri membri della sua famiglia, che soffrono una perdita incommensurabile. Dobbiamo fare tutto il possibile per porre fine agli arresti domiciliari e alla sorveglianza di Liu Xia e per garantire che non sia più perseguitata dalle autorità’.

Solo il 26 giugno l’attivista per la democrazia ed ex lettore universitario è stato posto in libertà condizionata per motivi di salute e trasferito in un ospedale di Shenyang, nel nord-est della Cina. Sua moglie ha potuto incontrarlo nei giorni successivi.

Era malato di cancro al fegato, giunto in fase terminale, ma il governo di Pechino ha negato a lui e a sua moglie, la possibilità di recarsi all’estero per ricevere cure mediche.

Molti governi si erano messi a disposizione per il trasferimento all’estero e le cure mediche. Il 29 giugno Amnesty International e altri 153 Nobel per la pace avevano sottoscritto una lettera al presidente cinese Xi Jinping.

Liu Xiaobo, intellettuale e scrittore, è stato tra i promotori di “Carta 08”, un manifesto in favore di riforme politiche  e legali e di un sistema democratico  e rispettoso dei diritti umani, sottoscritto originariamente da 300 personalità e in seguito da oltre 12.000 cittadini cinesi.

Arrestato l’8 dicembre 2008, il giorno prima della diffusione on line di “Carta 08”, Liu Xiaobo è stato condannato a 11 anni di prigione il 25 dicembre 2009 al termine di un processo durato due ore. Tra le “prove” contro di lui, anche gli articoli da lui scritti sul movimento per la democrazia del 1989.

‘Liu Xiabo per decenni ha combattuto instancabilmente per far progredire i diritti umani e le libertà fondamentali in Cina. Lo ha fatto a dispetto della più implacabile e spesso più brutale opposizione da parte del governo cinese – ha ricordato Shetty -. Di volta in volta hanno cercato di ridurlo al silenzio e ogni volta hanno fallito. Nonostante gli anni passati a subire persecuzione, repressione e carcerazione, Liu Xiabo ha continuato a battersi per le sue convinzioni’.

Dopo l’assegnazione del Nobel per la pace 2010, le autorità hanno cercato di far cadere il silenzio su Liu Xiaobo minacciando e intimidendo i suoi familiari e sostenitori. Negli ultimi sette anni sua moglie, Liu Xia, è stata sottoposta illegalmente agli arresti domiciliari col divieto di comunicare col mondo esterno.

‘Anche se ci ha lasciati, tutto ciò per cui si è battuto perdura – ha concluso il segretario generale di Amnesty International -. Il più grande omaggio che possiamo ora tributargli è quello di continuare la lotta per i diritti umani in Cina e di riconoscere l’importante eredità che lascia dopo di sé. Grazie a Liu Xiabo milioni di persone in Cina e in tutto il mondo sono state ispirate a difendere la libertà e la giustizia contro l’oppressione’”.




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12 luglio 2017

Nel 2017 oltre 2.000 i migranti morti nel Mediterraneo

Amnesty International ha presentato, in occasione del vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione europea a Tallin, una ricerca dal titolo molto esplicito “Una tempesta perfetta. Il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale”.

L’Unione europea ha voltato le spalle ai migranti e ai rifugiati mentre aumentano il numero dei morti nel Mediterraneo e le terribili violenze nei centri di detenzione della Libia.

Questa è una delle principali conclusioni a cui si perviene con la ricerca di Amnesty International, poco sopra citata.

John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa, ha dichiarato a proposito dei risultati della ricerca: “Invece di agire per salvare vite e fornire protezione, i ministri degli Esteri europei stanno vergognosamente dando priorità a irresponsabili accordi con la Libia nel disperato tentativo d’impedire a migranti e rifugiati di raggiungere l’Italia”.

Sempre secondo la ricerca di Amnesty International, le misure adottate nell’aprile 2015 dai leader europei per rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo avevano fortemente ridotto il numero delle morti in mare, grazie al maggior numero di imbarcazioni messo a disposizione da diversi Paesi europei e posizionato in prossimità delle acque territoriali libiche.

Di lì a poco, tuttavia, i governi europei hanno dato priorità a contrastare il traffico di esseri umani e impedire le partenze dalla Libia: una strategia fallimentare che ha dato luogo a viaggi in mare ancora più pericolosi e all’aumento dei tassi di mortalità in mare dallo 0,89% della seconda metà del 2015 al 2,7% del 2017.

I cambi di tattica dei trafficanti e l’aumentato ricorso a imbarcazioni inadatte alla navigazione e prive di qualsiasi dotazione di salvataggio, hanno reso le traversate ancora più pericolose.

Nonostante l’aumento del numero delle morti in mare – oltre 2.000 nei primi sei mesi del 2017 – l’Unione europea continua a non promuovere un’operazione umanitaria dotata di risorse adeguate nei pressi delle acque territoriali libiche, preferendo rafforzare la capacità operativa della Guardia costiera libica nell’impedire le partenze ed intercettare i migranti e i rifugiati in mare.

L’impostazione utilizzata da Amnesty International per la questione dei migranti che dalla Libia si recano prevalentemente in Italia mi sembra corretta e pertanto condivisibile.

Infatti il principale problema è rappresentato dalla necessità di ridurre il numero dei morti, fino ad arrivare ad azzerarlo, oltre a quello del miglioramento delle condizioni dei migranti che attendono di partire dalla Libia, condizioni attualmente inaccettabili.

Non ci si può occupare solamente di indirizzare le imbarcazioni dei migranti anche verso altri porti europei, e non solo verso quelli italiani.

Ma l’obiettivo prioritario rimane, o dovrebbe rimanere, quello di ridurre considerevolmente il numero dei morti fino ad arrivare ad azzerarlo.

Nei prossimi anni, anche se venissero realizzati effettivamente efficaci interventi di aiuto economico nei Paesi da dove soprattutto provengono i migranti, è più che probabile che il loro numero rimanga comunque consistente.

E, ripeto per la terza volta, ma è anche poco, l’obiettivo prioritario dovrà essere quello di ridurre il numero dei morti fino ad arrivare ad azzerarlo.




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9 luglio 2017

Ridurre gli scioperi e i disservizi nel trasporto pubblico locale

Giovedì passato, di nuovo, a causa di uno sciopero indetto da sindacati scarsamente rappresentativi dei lavoratori del settore, il trasporto pubblico locale, in molte città italiane è andato in tilt. Per la verità, anche nei giorni in cui non ci sono scioperi, si registrano frequentemente, soprattutto in alcune città, in primo luogo Roma, dei notevoli disservizi, del tutto inaccettabili.

Non è la prima volta che sindacati scarsamente rappresentativi promuovendo degli scioperi, le cui motivazioni peraltro spesso risultano incomprensibili, determinano quasi il blocco totale nel trasporto pubblico locale.

Ogni volta che ciò accade, esponenti del governo e dei partiti dichiarano che vi è la necessità di cambiare la normativa esistente, in modo tale che non sia consentito a sindacati scarsamente rappresentativi di proclamare degli scioperi tali da bloccare le attività nei servizi pubblici essenziali.

Ma, alle dichiarazioni non seguono fatti concreti. Non mi risulta nemmeno che siano all’esame del Parlamento disegni di legge che abbiano i contenuti prima esposti.

Peraltro quei sindacati non capiscono che continuando a proclamare quegli scioperi, con le caratteristiche già evidenziate, determinano un crescente malcontento fra gli utenti a danno degli stessi lavoratori. E non considerano che anche gli utenti hanno diritti che vanno tutelati, il più possibile, senza certo mettere in discussione il diritto di sciopero, ma tentando di contemperare le esigenze degli utenti con quelle dei lavoratori.

Per quanto riguarda i disservizi quotidiani, riscontrabili nel trasporto locale, essi derivano dalla gestione inefficiente ed inefficace delle aziende pubbliche che lo gestiscono. Non si riesce, anche in questo caso in Parlamento, a far approvare una legge che sviluppi la concorrenza nei servizi pubblici locali, favorendo, se necessario, anche la loro privatizzazione.

La crescita della concorrenza in quei servizi, infatti, sarebbe uno degli strumenti migliori per migliorare la situazione esistente.

I partiti, però, soprattutto a livello locale, sono contrari perché la gestione pubblica dei servizi in questione li rendono, anche, un importante “serbatoio” di voti, quindi una importante componente del loro sistema di potere (non a caso generalmente i di pendenti occupati in quei servizi sono in eccesso rispetto alle effettive necessità).

Pertanto, se si intende davvero migliorare la qualità dei servizi offerti nel trasporto pubblico locale, è assolutamente necessario che il Parlamento approvi delle leggi che, da un lato, limitino la possibilità di proclamare scioperi da parte di sindacati scarsamente rappresentativi, e dall’altro tendano davvero ad accrescere la concorrenza.




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6 luglio 2017

L'appello di Maria Sole: una mamma mi aiuti a diventare mamma

Nel sito dell’associazione Luca Coscioni (www.associazionelucacoscioni.it) è apparso un appello di Maria Sole, una donna nata senza utero, affetta dalla sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser, ma fertile. Maria Sole vorrebbe praticare la cosiddetta maternità surrogata.

Ho ritenuto opportuno riportare integralmente l’appello di Maria Sole.

“Mi chiamo Maria Sole e ho trentadue anni. Ho un compagno che amo e insieme vorremmo diventare genitori, avere tanti bambini. Ma tra i desideri e la possibilità di realizzarli, o anche solo di provarci, a volte ci sono ostacoli insormontabili. Sono nata senza utero. Sono affetta dalla sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser, ma sono fertile. Ironia della sorte, i miei gameti sono idonei al concepimento ma non ho nel mio corpo la culla dove consentire che un embrione si annidi e cresca.

Per me e le altre donne come me con lo stesso desiderio di maternità esistono attualmente (in attesa che l’intervento di trapianto di utero sia perfezionato) solo due strade: l’adozione e la maternità surrogata. La prima è sicuramente una strada percorribile per me e per chi ha la possibilità di dare una famiglia a un bambino che è in stato di abbandono, e non escludo che un giorno adotterò. La seconda non so se sia del tutto vietata in Italia, perché la legge 40 parla solo di divieto di commercializzazione dell’utero.

Io vorrei chiedere a una mamma di aiutarmi a diventare mamma.

Certo, ci sarebbero spese necessarie da affrontare e di queste ce ne faremmo carico noi. Ho conosciuto molte donne americane (Nord America e Sud America), canadesi, inglesi, russe, ucraine, greche o indiane affette dalla mia stessa malattia che adesso stringono tra le braccia i loro bambini nati da maternità surrogata. Hanno avuto la possibilità di scegliere come diventare genitori con i loro compagni, possibilità che a me e all’uomo che amo viene invece negata.

Noi abbiamo deciso però insieme di scegliere la possibilità che la scienza offre alle coppie come la nostra e di far nascere nostro figlio con la tecnica della gestazione per altri. Abbiamo scelto di tentare.

Scegliamo la gestazione per altri perché se la scienza consente alle persone di usufruire della scienza, noi vogliamo provarci. Scegliamo la gestazione per altri perché, se fatta senza sfruttamento e costrizioni, è una tecnica medica e una possibilità che dovrebbe essere permessa. Scegliamo la maternità surrogata perché è l’unico modo in cui nostro figlio potrà venire al mondo.

Non riesco a comprendere quali siano le ragioni morali, etiche e giuridiche per cui potrei donare un mio ovulo a una estranea per far nascere quello che in Italia sarebbe ‘suo’ figlio e non posso far nascere nostro figlio con un dono temporaneo di utero.

Per tutti questi motivi ho deciso di lanciare un appello. Un appello che possa arrivare al cuore di una donna, già madre, che capisca quanto profondo sia il nostro desiderio di diventare genitori.

Se si consente di donare un rene da vivente, scelta non esente da gravi rischi anche mortali, perché non consentire a una donna di consegnare le blastocisti di suo figlio a un’altra donna, che solo per nove mesi lo avrà con sé per farlo nascere? Sarà una donna che ci avrà donato una felicità immensa, che farà parte inevitabilmente e per sempre della vita del bambino – che saprà molto presto com’è venuto al mondo. Che conoscerà subito cosa avrà significato per noi il suo atto di amore.

Quella donna, se vuole, farà parte della nostra famiglia.

A garanzia di tutto quello che avverrà, e se come spero il nostro appello sarà accolto, ci atterremo scrupolosamente ai dettami della proposta di legge promossa dalla associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Io e il mio compagno ci auguriamo possa diventare presto legge in Italia e consentire così a tante altre donne come me, e a tante altre coppie come la nostra, di poter realizzare il sogno di diventare una famiglia.

Forse non risponderà nessuno a questo appello, ma confido che esista ancora una donna, una famiglia con figli propri, che capisca l’importanza del donare se stessi per la felicità di altri, perché la gestazione per altri è l’unica possibilità, per molti bambini, di venire al mondo”.

Io spero che l’appello di Maria Sole ottenga risposte, perché condivido in pieno le considerazioni da lei formulate.

E spero anche che la proposta di legge promossa dall’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica possa essere, prima possibile, approvata dal Parlamento italiano.




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6 luglio 2017

L'Italia per ottenere l'aiuto dell'Europa sui migranti deve mostrare i muscoli

Il numero dei migranti che vengono accolti in Italia sta crescendo a ritmi più intensi rispetto al passato. E ha fatto bene il governo a chiedere, ancora una volta, l’aiuto dell’Unione europea, in un modo più deciso però, ipotizzando che l’Italia non consenta più alle imbarcazioni non italiane, che trasportano migranti, di raggiungere i nostri porti. Infatti diventerebbe sempre più difficile per l’Italia accogliere, nel modo dovuto, un numero sempre maggiore di migranti.

Fino ad ora, come nel passato, da parte delle autorità dell’Unione europea e dei governi dei principali Paesi che vi aderiscono, ci sono state solo delle dichiarazioni in base alle quali si è affermato che l’Italia, e anche la Grecia, non saranno lasciate sole ma che verranno adeguatamente aiutate.

Per la verità, in modo del tutto inaspettato, il presidente francese Macron, fervente europeista e deciso oppositore delle posizioni di Marine Le Pen, ha tenuto a precisare che l’aiuto non dovrà però riguardare i cosiddetti migranti per motivi economici, come se all’inizio, quando vengono salvati e trasportati dai barconi alle navi italiane e non, fosse possibile distinguere i possibili rifugiati dai migranti economici.

Comunque, a parte la dichiarazione di Macron, è necessario che dalle affermazioni di principio si passi quanto prima agli aiuti concreti.

E, se si considera quanto avvenuto in passato, mi sembra più che probabile che tali aiuti concreti o non siano realizzati o lo siano in misura del tutto inadeguata.

Alcuni Paesi, soprattutto quelli dell’Est, sono apertamente ostili ad accogliere una parte dei migranti che arrivano in Italia, altri sono disponibili a farlo solo in modo non sufficiente.

E allora cosa deve fare l’Italia?

Se necessario, dovrà battere i “pugni sul tavolo”, dovrà “mostrare i muscoli”, ad esempio ponendo il veto su decisioni che richiedono l’approvazione di tutti i Paesi europei come la decisione di approvare il bilancio dell’Unione europea.

Certo, l’Italia non ha tutte le carte a posto per assumere una posizione così dura e rigida.

Si pensi, ad esempio, all’elevato debito pubblico, alle frequenti richieste di flessibilità nel rispetto delle regole del “fiscal compact” per quanto concerne il deficit di bilancio, alla situazione molto difficile di alcune banche, che rendono debole il nostro Paese nelle trattative, anche quelle relative ai migranti, nei confronti delle istituzioni dell’Unione europea.

Nonostante questo, però, data l’importanza che comunque l’Italia assume fra i Paesi aderenti all’Unione, l’Italia dovrà, se necessario, assumere una posizione dura e rigida sul tema degli aiuti ai migranti.

E penso proprio che sia necessario assumere una posizione di quel tipo, anche se sarebbe invece auspicabile risolvere il problema con metodi tradizionali e più “pacifici”.

E tale comportamento non significherebbe essere poco europeisti, ma al contrario dimostrerebbe che l’Unione europea deve prendere decisioni sulle questioni più importanti, anche su quelle oggettivamente più complesse: in tal modo si rafforzerebbe l’Unione europea, non verrebbe indebolita.




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29 giugno 2017

Renzi è diventato il principale problema del Pd e se ne deve andare

Il secondo turno, meglio conosciuto come ballottaggio, delle elezioni comunali, svoltosi il 25 giugno, è stato contraddistinto dalla sconfitta del centrosinistra, in primo luogo della sua componente più importante, il Pd, del movimento 5 stelle e dalla vittoria del centrodestra.

Io sono stato per diverso tempo, fin da quando venne sconfitto da Bersani nelle primarie del Pd, un sostenitore di Renzi, perché lo consideravo il solo esponente di rilievo di quel partito che potesse davvero rinnovarlo e renderlo capace di governare efficacemente l’Italia, tramite una politica riformista con la quale si affrontassero anche i molti problemi strutturali del nostro Paese.

Ma con il passare dei mesi e degli anni, il contenuto innovativo dell’azione di Renzi è andato progressivamente riducendosi fino ad arrivare all’esito negativo del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che, di fatto, si è rivelato essere un referendum pro o contro Renzi, pro o contro il governo da lui presieduto.

Ma Renzi non ha effettuato, almeno pubblicamente, un’analisi approfondita delle cause della sconfitta del 4 dicembre.

Si è sì dimesso da presidente del Consiglio ma è rimasto segretario del Pd, ricandidandosi poi nelle successive primarie, peraltro da lui vinte con un’elevata percentuale di voti.

Dopo il 4 dicembre non ha nemmeno iniziato a promuovere un’azione di rinnovamento del suo comportamento e delle modalità di funzionamento del partito da lui guidato.

Ha fatto in modo che il Pd fosse sempre più isolato non solo dagli altri partiti e movimenti della sinistra ma anche, ed è quello che più conta, da componenti importanti dell’elettorato, in primo luogo da quelle che hanno deciso di astenersi.

A quest’ultimo proposito non ha affatto tentato di analizzare le cause dell’aumento dell’astensionismo.

E’ apparso pensare solamente a come fare per andare il prima possibile alle elezioni politiche anticipate, ritenendo forse che un Pd da lui guidato potesse raggiungere il 40% dei voti ottenuto dai sì al referendum costituzionale.

Ma, lo rilevo di nuovo, non ha cambiato nulla o quasi del suo comportamento e delle modalità di funzionamento del Pd.

E ha sottovalutato, poi, il risultato negativo del Pd conseguito nelle recenti elezioni comunali.

E’ bene aggiungere che anche le altre principali componenti della sinistra non stanno certo meglio, dai cosiddetti scissionisti del movimento democratico e progressista a sinistra italiana e allo stesso movimento promosso da Giuliano Pisapia, i cui contorni rimangono ancora incerti e comunque non ben delineati.

Ma la situazione di questi soggetti politici non deve far dimenticare le notevoli difficoltà attraversate dal Pd e, a questo punto, non si può non sostenere che il principale responsabile dei problemi del Pd, sebbene non il solo, sia diventato Renzi.

Io non credo più che Renzi sia in grado di affrontare efficacemente le difficoltà del Pd e, pertanto, dovrebbe essere sostituito alla segreteria di questo partito.

E vi sono all’interno del Pd esponenti in grado di guidare questo partito meglio di Renzi: ad esempio, fra i renziani, Del Rio e fra i non renziani, Zingaretti.

Non è affatto detto che Renzi se fosse sostituito nel suo incarico di segretario del Pd debba abbandonare definitivamente la politica. Negli anni a venire potrebbe di nuovo assumere incarichi di rilievo. Ma oggi non più.

E si consideri che affrontare efficacemente i propri problemi non riguarda solo il Pd ma l’intero sistema politico italiano ed anche la situazione economica e sociale del nostro Paese.

Infatti se il Pd si rinnoverà davvero e diventerà sul serio un partito in grado di affrontare i principali problemi dell’Italia i benefici potranno estendersi alla maggioranza dei cittadini italiani, anche perché sia il movimento 5 stelle che il centrodestra non sono in grado di affrontare quei problemi, quanto meno seguendo un’efficace politica riformista di sinistra.




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27 giugno 2017

Le cure per l'ictus, i problemi secondo il Tribunale per i diritti del malato

Con il rapporto “Ictus: le cure in Italia. Analisi civica dei percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali”, presentato recentemente, Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato fornisce un’analisi  dei percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali (Pdta) messi a punto dalle Regioni, in ambito cerebro-vascolare.

Secondo il comunicato emesso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, le persone cardiopatiche in Italia sono pari a sette milioni e mezzo, la percentuale rispetto all’intera popolazione è di oltre il 12%.

Per ciò che concerne le patologie cerebrovascolari, l’ictus cerebrale rappresenta la prima causa di invalidità nel mondo, la seconda causa di demenza e la terza causa di mortalità nei paesi occidentali.

Nel nostro Paese si registrano ogni anno poco meno di 200.000 casi di ictus, dei quali circa un terzo porta al decesso nell’arco di un anno e circa un terzo ad invalidità seria o significativa. La conseguenza di tale dato è che le persone che attualmente vivono con gli effetti invalidanti di un ictus in Italia hanno raggiunto la cifra di quasi un milione.

A fronte di questi dati, sono ancora poche le “stroke units” (o unità cerebrovascolari) sul territorio, a scapito delle Regioni del Sud: su 300 unità cerebrovascolari, sono operative circa 160, di cui l’80% ubicate nelle Regioni del settentrione d’Italia.

Molto si potrebbe fare con la prevenzione, ma nel nostro Paese la percentuale di investimenti ad essa destinati è pari al 4,9% della spesa sanitaria, con una spesa pro-capite annua di 88,9 euro  contro, ad esempio, la spesa della Svezia pari a 123,4 euro. Spagna e Francia si attestano rispettivamente a 39,7 e 46,2, mentre la Germania arriva a 108,3.

Poco più della metà delle Regioni ha prodotto in Italia un formale percorso diagnostico, terapeutico ed assistenziale per i pazienti con malattie celebro-vascolari. Il Friuli Venezia Giulia risulta essere la realtà che ha elaborato percorsi più completi, poi, anche se con modalità differenti, Trentino Alto Adige, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Marche, Basilicata Sicilia. Lazio, Puglia ed Umbria dovrebbero pubblicare a breve Pdta specifici, mentre indietro appaiono Sardegna e Molise.

Fra le 13 Regioni “virtuose”, soltanto Piemonte e Friuli Venezia Giulia hanno attivato un processo di informazione e partecipazione dei cittadini-pazienti in questi percorsi.

Sul fronte della prevenzione primaria, le Regioni le migliori nell’attivare percorsi di coinvolgimento degli operatori e dei cittadini sono Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia Romagna e Basilicata.

Risultano essere ben definite le equipe multidisciplinari, anche se, sul fronte della riabilitazione, appaiono più avanti sempre Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia Romagna, Basilicata, Marche.

Dettagliata anche la definizione dei tempi per eseguire le prestazioni, ma restano linee di ombra sull’effettiva copertura dei servizi e del personale a disposizione nei diversi ambiti.

“I Pdta devono diventare una vera strategia nazionale del servizio sanitario regionale. Devono essere lo strumento per la migliore presa in carico in tutte le Regioni delle persone con malattie croniche e rare”, ha rilevato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva.

Per questo proponiamo l’istituzione di un ‘sistema nazionale Pdta’, guidato dal ministero della Salute insieme alle Regioni.

La finalità è quella di garantire l’elaborazione e l’aggiornamento costante di Pdta nazionali, con l’individuazione dei punti irrinunciabili del percorso da garantire in tutti i territori regionali e nel rispetto delle competenze delle Regioni.

Il sistema nazionale dovrà inoltre promuovere la loro omogenea diffusione sul territorio, oltre che la valutazione degli esiti di salute ed economici che questi strumenti producono.

Per dare gambe al ‘sistema nazionale Pdta’ chiediamo anche l’attivazione di una ‘rete nazionale’ composta da operatori sanitari, associazioni di pazienti, organizzazioni civiche, costantemente presente nei diversi luoghi, livelli e fasi di governo degli stessi Pdta, e che  promuova scambi di buone pratiche e la messa in rete delle informazioni.

Per rendere però realmente esigibili i Pdta, e non farli rimanere solo sulla carta, è necessario che le Regioni cambino passo sia rispetto alle loro strategie di comunicazione  e informazione rivolte ai cittadini, sia riguardo allo sviluppo dei loro sistemi informatici, al fine di garantire il dialogo e l’integrazione in tempo reale tra tutti i professionisti e le Istituzioni coinvolti”.




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27 giugno 2017

In Italia con la crisi i ricchi più ricchi e i poveri più poveri

Sulla base di un rapporto redatto dall’Ocse, nel periodo della crisi economica, in Italia le diseguaglianze economiche sono aumentate. Ad esempio il 10% più povero della popolazione è stato contraddistinto da un calo del reddito del 4% l’anno tra il 2007 e il 2011, mentre il reddito medio è calato del 2% e quello del 10% più ricco solo dell’1%.

Altri dati sono ugualmente molto interessanti.

Il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è pari a 11 volte quello del 10% più povero, mentre la media Ocse è pari a 9,6 volte.

Il coefficiente del Gini che misura le differenze nella distribuzione della ricchezza (va da 0 a 1 e più è alto e maggiore è la disparità) in Italia è salito dallo 0,313 del 2007 allo 0,327 del 2013, il sesto più alto in Europa e il tredicesimo nell’Ocse, mentre nello stesso periodo la media dell’area Ocse ha avuto una variazione molto più contenuta, passando da 0,314 a 0,315.

La povertà in Italia è aumentata in modo molto accentuato, salendo a un tasso del 14,9% nel 2013, oltre 4 punti in più rispetto al 2007, uno dei dati peggiori dell’Ocse (il quarto tra quelli disponibili), mentre la media dell’area Ocse è passata dal 7,7% del 2007 al 9,9% del 2013.

I bambini sono la fascia d’età con la maggiore incidenza della povertà, il 17% contro il 13% medio Ocse.

Anche i giovani tra i 18 e i 25 anni hanno un tasso di povertà superiore alla media (14,7% contro 13,8%), mentre gli ultra 65enni (9,3%) se la cavano meglio che nel resto dell’Ocse (12,6%).

Tra gli adulti il tasso di povertà è del 12,1% (Ocse 9,9%) e i “working-poor” – cioè quanti hanno un lavoro ma un reddito sotto la soglia di povertà – arrivano al 12%, mentre nel’Ocse si fermano in media all’8,7%.

L’Ocse evidenzia come la maggiore fonte di disparità di reddito, la disuguaglianza di reddito da lavoro, sia aumentata (+0,65%) tra il 2007 e il 2011 principalmente a causa della dispersione salariale legata al diffondersi di contratti atipici che non ha avuto pari nell’area Ocse, con retribuzioni inferiori rispetto ai contratti tradizionali.

In Italia il 40% degli occupati nel 2013 lavorava con contratti atipici, contro il 33% medio Ocse.

Tra il 1995 e il 2007 mentre l’occupazione con contratti standard è salita solo del 3% in Italia (contro il +10% medio Ocse), i contratti atipici sono aumentati del 24%, il dato più alto dell’Ocse a fronte di una media del 7,3%.

Tra il 2007 e il 2011 l’occupazione con contratti tradizionali è calata del 4,3% in Italia (-3% Ocse), mentre il lavoro tipico è salito dell’1,6% (il doppio della media Ocse). I lavoratori con contratti atipici in media in Italia guadagnano il 25% in meno l’ora rispetto a un lavoratore “tradizionale”.

Il 53% degli atipici è il principale percettore di reddito in una famiglia (contro il 48% Ocse), ne risulta che spesso le loro famiglie si trovano alla soglia di povertà. L’Italia è, dopo la Grecia, il Paese Ocse con la maggiore porzione di famiglie di lavoratori atipici a rischio povertà, il 37% contro il 27% medio Ocse.

In Italia, rileva inoltre il rapporto, il sistema fiscale non allevia la situazione dei “working poor”, mentre a livello Ocse tasse e agevolazioni riescono ad evitare la povertà a circa un terzo dei lavoratori con situazioni lavorative sub-standard.

In Italia resta poi ampio il “gender gap” (cioè le differenze in base al sesso). Quanto all’occupazione, è il maggiore dell’Ocse (18% contro il 12%), anche se si è ridotto rispetto al 32,5 del 1992.

Passando agli effetti della crisi sulla ricchezza netta degli italiani, secondo i calcoli dell’Ocse per il 20% più povero tra il 2006 e il 2012 è calata del 25% annuo contro il calo dello 0,8% del 20% più ricco. Per il resto della popolazione, ovvero la classe media, la flessione è stata del 2,1%.

Tradotto in cifre, la ricchezza netta media delle famiglie italiane nel 2010 ammontava a 273.600 dollari, sopra la media Ocse (268.500 dollari). Per il 20% più povero tuttavia il dato si riduce a 5.495 dollari, mentre per la fascia mediana arriva a 175.000 (media Ocse 149.000), balzando a 1,23 milioni per il “top 10%” e spingendosi fino a sfiorare i 4 milioni per l’1% più ricco. Dato quest’ultimo che risulta tuttavia sotto la media Ocse che è di 4,65 milioni.

Le famiglie italiane sono le meno inclini a fare debiti: solo il 25% vi fa ricorso contro l’80% delle norvegesi e delle americane. Inoltre solo il 2% delle famiglie italiane  può essere considerata eccessivamente indebitata contro il 24% negli Usa e il sorprendente 30% in Norvegia.

E i governi che si sono succeduti nel periodo della crisi economica non hanno adottato una politica economica rivolta quanto meno a non aumentare le diseguaglianze economiche.

Solo con il governo Renzi sono stati varati interventi  per contrastare la povertà, prevedendo fra l’altro l’istituzione del reddito d’inclusione. Ma le risorse finanziarie destinate a quel fine non sono per ora sufficienti per ridurre la povertà in modo molto consistente, come necessario.

E’ auspicabile pertanto che quelle risorse aumentino considerevolmente.




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