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22 novembre 2017

Energia e rifiuti: aumentano gli impianti contestati

Energia e rifiuti, in questi settori, nel 2016, si sono verificate gran parte delle contestazioni secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, l’unico database nazionale che dal 2004 monitora in maniera puntuale la situazione delle opposizioni contro opere di pubblica utilità e insediamenti industriali in costruzione o ancora in progetto.

E’ stata presentata, infatti, la nuova edizione dell’Osservatorio che esamina lo stato dell’arte della sindrome Nimby in Italia nel 2016 e conferma come il comparto energetico (56,7%) e quello dei rifiuti (37,4%) si contendano il podio dei No.

Più in generale, nel 2016, la ricerca arriva a contare 359 impianti contestati: in aumento del 5% rispetto all’anno precedente, questo dato mette l’accento sulla situazione strutturale di un Paese bloccato, in cui le opposizioni di comitati, partiti ed enti pubblici fanno da eco puntuale ad ogni iniziativa di sviluppo industriale.

Cresce anche il numero delle opere che, per la prima volta, vengono intercettate dal monitoraggio: il 2016 lascia in dote al database Nimby ben 119 new entries (+7,2% sul 2015).

La partecipazione attiva ai processi decisionali è diventata, per i cittadini, un’esigenza imperativa: le comunità si aspettano di essere interpellate, consultate, coinvolte. Non a caso, l’assenza di coinvolgimento ricorre al secondo posto, dopo le preoccupazioni per l’ambiente, come causa alla base delle contestazioni, con un trend di incremento progressivo ma costante: 14,6% nel 2014, 18,6% nel 2015, 21,3% nel 2016.

Quindi anche nel 2016, la politica industriale italiana sembra incepparsi in maniera prevalente attorno ai nodi dell’energia e dei rifiuti: rispettivamente al primo e al secondo posto, si contendono il podio dei comparti più contestati.

Il settore energetico vede le opposizioni orientarsi in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (75,4%). Le tipologie di impianto più avversate sono, in particolare, la centrale a biomasse (43 impianti), la struttura di compostaggio (20) e il parco eolico (13).

Meno ricorrenti in termini assoluti rispetto alle fonti rinnovabili, le fonti di energia convenzionale si aggiudicano il primato relativo alla tipologia specifica di impianto più contestata. Si tratta degli impianti di ricerca ed estrazione di idrocarburi, che da soli assommano a 81 opere censite.

Le politiche europee in materia di rifiuti ed economia circolare sembrano, dal 2015, corrispondere al “revamping” della sindrome Nimby in questo settore: l’auspicata transizione alla green economy sta, infatti, concentrando un numero crescente di investimenti nella filiera del recupero dei rifiuti, moltiplicando iniziative progettuali inevitabilmente contestate. Termovalorizzatori (37), discariche per rifiuti urbani (30) e discariche per rifiuti speciali (18) ricorrono tra i primi posti in questo comparto.

Il monitoraggio della stampa nel 2016 conferma il ruolo di assoluta centralità della politica, che – tra enti pubblici e partiti politici – trascina le contestazioni nel 50% dei casi censiti.

Seguono le organizzazioni e i comitati dei cittadini, che pesano per un terzo sull’insieme dei soggetti promotori del No.

Un peso corrispondente alla quantità abnorme di ricorsi alla giustizia amministrativa, che sempre più spesso è chiamata a dirimere richieste di interruzione/revoca di iter già avviati o conclusi.

Ulteriore conseguenza del ruolo del soggetto “popolare” è il ranking delle ragioni di protesta: al primo posto figura l’impatto con l’ambiente, che si attesta al 30,1%, in leggera flessione rispetto al 2015 (32,8%). Segue il già citato scontento causato dalle carenze procedurali e dal mancato coinvolgimento nell’iter autorizzativo.

La mappa del contagio Nimby evidenzia la trasversalità delle opposizioni anche dal punto di vista geografico.

Seguendo pedissequamente la distribuzione dei progetti di sviluppo industriale, il No ricorre con maggiore capillarità nel Nord Italia (41%): Lombardia ed Emilia Romagna mantengono i primi posti, con rispettivamente 56 e 48 impianti contestati.

Non mancano tuttavia, le opposizioni nelle regioni del Centro e del Sud Italia. Con 32 impianti contestati (erano 6 nel 2014), la Basilicata rappresenta ormai un territorio di grande frizione tra imprese, politica e cittadini, tanto da surclassare regioni come Lazio (30), Veneto ( 28) e Sicilia (26), assai più visibili nei confronti dei media e dell’opinione pubblica nazionale.

Rispetto al 2015, passa dal 15% al 20% il numero dei soggetti che si esprime a favore degli impianti. Voci che, pur flebilmente, si spendono per affermare come grandi opere e infrastrutture possano essere occasioni di rilancio economico, di miglioramento dei servizi e incremento dell’occupazione.

In ogni caso, le iniziative di comunicazione rimangono prerogativa degli oppositori (80%), i quali fanno leva in maniera meno frequente ai media tradizionali (25,7% nel 2016 e 29,9% nel 2105).

La bilancia della comunicazione Nimby inizia così a pendere anche in favore dei social media, che passano dal 16,8% del 2015 al 22,9% del 2016 nella ricorrenza d’uso da parte dei contestatori.

Nell’epoca delle post verità e delle fake news, compaiono a livello territoriale veri e propri “influencer del No”, che hanno spesso facile gioco nel confondere le carte dell’informazione e ostacolare la possibilità degli individui di formarsi una opinione laica sui fatti.

Si può concludere esaminando gli obiettivi del Nimby Forum, un vero e proprio “think tank”, così come sono esposti nel sito web dei promotori di questa iniziativa.

“Nel nostro Paese lo sviluppo infrastrutturale incontra continui ostacoli e ritardi, con conseguenti perdite economiche, tensioni sociali e incertezze.

Nimby Forum si pone l’obiettivo di sensibilizzare i diversi stakeholder verso un percorso che concili progresso e tutela del territorio, interessi pubblici e privati, impresa e governo, sviluppo e sostenibilità.

La progettazione di una grande opera civile di pubblica utilità o la realizzazione di un impianto industriale per la produzione di energia o per il trattamento dei rifiuti determina spesso opposizioni da parte del territorio.

Si tratta di una vera e propria sindrome, nota come Nimby (not in my back yard = non nel mio cortile), oggi sempre più diffusa nei vari strati della popolazione nazionale”.




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20 novembre 2017

In Italia oltre 130.000 minori non vanno a scuola

Secondo quanto rilevato nell’VIII Atlante dell’infanzia a rischio “Lettera alla scuola” di Save the Children, in Italia tra i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di disagio è ancora elevato il rischio di dispersione scolastica: nelle scuole secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%, pari a 112.000 ragazzi, mentre in quelle di primo grado il tasso scende all’1,35%, che corrisponde a 23.000 alunni.

Inoltre, negli istituti con un indice socio-economico-culturale più basso più di 1 quindicenne su 4 (il 27,4%) è ripetente, mentre negli istituti con indice alto la quota scende quasi a 1 su 23 (il 4,4%).

Uno studente di quindici anni su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato, poi, non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura, otto volte tanto rispetto a un coetaneo cresciuto in una famiglia agiata

Quindi a cinquanta anni dalla scomparsa di Don Lorenzo Milani, che ha lottato affinché la scuola offrisse pari opportunità ai suoi studenti indipendentemente dalla loro condizione economica, nel sistema scolastico nazionale le diseguaglianze sociali continuano a riflettersi sul rendimento degli alunni.

L’Atlante quest’anno propone un percorso in sei capitoli attraverso la scuola italiana con l’obiettivo di osservare e ascoltare il nostro sistema scolastico dalla prospettiva degli studenti e, in particolare, di coloro che vivono ai margini rischiando, oggi come cinquant’anni fa, di venire espulsi (anche) dalla scuola.

“La scuola è un luogo chiave nell’infanzia di ogni bambino: è qui che i talenti e le relazioni vengono sviluppati, è qui che sono gettate le basi del loro futuro” ha rilevato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children.

“Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità: raccontare il sistema scolastico, il modo in cui esso riesca o non riesca a superarle, significa affrescare la condizione dell’infanzia in Italia.

Save the Children lotta affinché sia riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Bisogna percorrere i corridoi, entrare nelle aule, dare voce a pedagogisti, docenti e studenti, facendo tesoro del buono e individuando cosa è migliorabile. Ogni bambino deve accedere alle stesse opportunità, ha il diritto di essere protagonista e di essere ascoltato”.

“Negli ultimi decenni il quadro dell’infanzia in Italia ha subito trasformazioni epocali alle quali la scuola ha dovuto fare fronte” ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice programmi Italia Europa di Save the Children.

“La denatalità ha comportato la perdita di un terzo della popolazione in età dell’obbligo scolastico; le rivoluzioni culturali e tecnologiche, così come l’ingresso di un milione di bambini di origine migrante nel sistema scolastico, hanno rappresentato una grande sfida di cambiamento per la scuola. Nel frattempo, per effetto della recessione, nuove povertà economiche e educative sono tornate a minacciare il futuro dei bambini.

Davanti a queste vere e proprie rivoluzioni, la scuola italiana è stata spesso lasciata sola, non sorretta da risorse adeguate e politiche lungimiranti per poter reggere il passo dei tempi. In un paese segnato da grandi squilibri territoriali, l’Italia non ha mai sperimentato un dispositivo nazionale per sostenere le scuole nei contesti più svantaggiati”.

Tra l’altro leggendo i contenuti dell’Atlante, si può notare che la correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole che presentano un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore, laddove la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. L’Ocse calcola poi che in Italia la probabilità di ripetenze aumenta per i maschi (+104%) e per gli alunni di origine migrante (+117%).

Inoltre, sebbene negli ultimi decenni siano stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione scolastica, con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono abbassarsi progressivamente dal 2008 a oggi, il fenomeno della dispersione continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana deve fare i conti, come mostrano i dati dell’anagrafe nazionale studenti del Miur evidenziati nell’Atlante.

Tali dati consentono di tracciare un identikit più preciso degli alunni a rischio: tra i ragazzi delle secondarie di II grado, possibilità superiori di abbandono sono registrate tra i maschi, in particolare tra coloro che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia e tra quelli con i genitori di origine straniera.

Il divario non è solo tra Italia e Europa, ma anche tra Nord e Sud del territorio nazionale: nel Settentrione i quindicenni in condizioni socio-economiche svantaggiate che non raggiungono le competenze minime nella lettura sono il 26,2%, cifra che sale al 44,2% nel Meridione.

Con l’aggravarsi delle condizioni socio-economiche di molte famiglie, all’aumento delle povertà economiche sono corrisposte anche nuove povertà educative: tanti bambini, infatti, non hanno accesso ad attività culturali.

Sei ragazzi su 10 (il 59,9%) tra i 6 e i 17 anni non arrivano a svolgere, in un anno, quattro delle seguenti attività culturali: lettura di almeno un libro, sport continuativo, concerti, spettacoli teatrali, visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei, accesso a internet.

Mentre i bambini in condizioni svantaggiate non accedono mai, in un anno, al web, c’è una folta schiera di ultraconnessi: in Italia quasi 1 quindicenne su 4 (23,3%) risulta collegato a internet più di 6 ore al giorno, ben al di sopra della media Ocse ferma al 16,2%. L’età in cui un bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo nel 2015), l’87% dei 12-17enni ha almeno un profilo social e 1 su 3 vi trascorre 5 o più ore al giorno.




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15 novembre 2017

La manutenzione delle strade non si fa e aumentano gli incidenti

La manutenzione delle strade in Italia è del tutto insufficiente. Tale situazione, che si verifica ormai da diversi anni, è una delle cause più importanti dei numerosi incidenti stradali che si verificano. Di tutte le strade una su due non è sicura. Sarebbero necessari 40 miliardi di euro per effettuare gli interventi di manutenzione, ormai indispensabili.

Ogni anno è soprattutto la Siteb, l’associazione delle imprese di costruzione e di manutenzione delle strade, a denunciare questa situazione.

E il suo direttore, Stefano Ravaioli ha rilasciato alcune dichiarazione a www.tiscali.it.

“Dopo il leggero recupero nel 2015 siamo tornati ai livelli del 2014, il precedente minimo storico. Il degrado delle strade ormai si vede a occhio nudo. Praticamente una su due è ormai a rischio sicurezza”, ha affermato Ravaioli.

“La principale causa è la mancanza di fondi. Nonostante l’allentamento del patto di stabilità delle pubbliche amministrazioni gli investimenti in manutenzione non sono stati fatti” ha spiegato il direttore di Siteb.

Come al solito però hanno pesato anche questioni burocratiche. “L’anno scorso – ha proseguito – è entrato in vigore il nuovo codice degli appalti. Molte amministrazioni non sono riuscite a farli perché ancora non conoscono bene le nuove regole”.

“Negli ultimi 10 anni – ha detto poi Ravaioli – non sono stati messi in opera qualcosa come 10 miliardi di euro di materiale stradale. Se oggi il governo Gentiloni investisse questa stessa ed identica somma non si tornerebbe però allo situazione precedente perché nel frattempo le strade si sono degradate per un importo pari a 40 miliardi”.

Una cifra che, oggettivamente, è molto alta in considerazione dello stato di salute, più che precario, dei conti pubblici italiani.

Comunque anche la mancanza di controlli incide negativamente sulla qualità delle manutenzioni.

Infatti quando le manutenzioni si fanno sono di scarsa qualità e le strade rapidamente tornano al precedente stato di degrado e insicurezza.

Secondo Ravaioli anche di questo sono responsabili le pubbliche amministrazioni.

“Le imprese fanno lavori conformi ai capitolati che spesso sono fatti male perché mancano le competenze per farli”.

Il direttore di Siteb ha riconosciuto però l’esistenza di responsabilità anche sul fronte delle imprese.

“Qualcuna – ha spiegato – può fare la furba e utilizzare meno bitume di quanto richiesto ma una grossa colpa è comunque del committente pubblico che non esegue controlli adeguati. Se ci fossero nessuno proverebbe a risparmiare sui materiali”.

Aggiungo però che la carenza di controlli non assolve certo le imprese che ci “marciano”, le quali forse sono più di qualcuna.

Da parte della Siteb, poi, si forniscono ulteriori informazioni.

Secondo l’ultimo rapporto Ocse sul tema, il Road Safety, nel 2015, in Italia, per la prima volta in dieci anni, sono tornati ad aumentare in Italia i decessi per incidenti stradali, +1,4% (rispetto al 2014), pari a 3.428 vittime, e sono in risalita (+6,4%) anche i feriti.

Un bollettino di guerra che nel 2016 ha ripreso la sua linea discendete: 3.238 morti ma il numero di incidenti continua ad aumentare e rimane ben lontano il traguardo auspicato dalla Ue, ovvero quello di dimezzare il numero di decessi entro il 2020.

E si stima che circa un terzo degli incidenti sia dovuto all’inadeguatezza della manutenzione stradale.

Nel 2016 siamo scesi al minimo storico di consumo di asfalto per un impiego complessivo di 22 milioni di tonnellate per costruire e tenere in ordine le strade. Nel 2010 i consumi ammontavano a 29 milioni di tonnellate, un risparmio che si è tradotto inevitabilmente nella cattiva condizione delle infrastrutture viarie.

Del resto si investe quanto 30 anni fa, ma su una rete molto più estesa e trafficata in condizioni già critiche da anni.

L’insicurezza stradale ha un impatto anche economico.

Si stima che i 175.000 incidenti con lesioni registrati in Italia nel 2016 costino circa 17 miliardi di euro, tra rimborsi assicurativi e riparazioni delle vetture. E se un terzo degli incidenti è causato dalla scarsa manutenzione del manto stradale, c’è il rischio che anche contribuente dovrà presto mettere mano al portafoglio.

Perché la circolare ministeriale che precisa l’articolo 14 del codice della strada inchioda le pubbliche amministrazioni alle proprie responsabilità: “Gli enti proprietari, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”.

In altre parole, in caso di incidente, se provata la concausa della scarsa manutenzione, il conducente potrà chiamare in causa gli enti proprietari e chiedere il risarcimento. E questo anche in caso di omicidio stradale.




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10 novembre 2017

La legge di bilancio si dimentica delle persone con disabilità

Per l’Anffas, l’associazione delle famiglie di persone con disabilità, ha espresso un giudizio fortemente negativo sulla proposta di legge di bilancio presentata al Senato. Infatti secondo il presidente dell’associazione, Roberto Speziale, in quella proposta non sono previsti interventi a favore delle persone con disabilità

Così Speziale ha commentato i contenuti della proposta di legge di bilancio, secondo un comunicato emesso dall’Anffas:

“Abbiamo iniziato ad analizzare il disegno di legge presentato lunedì scorso al Senato e siamo rimasti assolutamente sconcertati nel riscontrare la mancanza di interventi a favore delle persone con disabilità, registrando anche un arretramento rispetto a quanto previsto negli anni precedenti o addirittura rispetto ad altre situazioni di fragilità”, così commenta Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas Onlus (associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale), annunciando quindi una forte presa di posizione rispetto al dibattito parlamentare che è iniziato questa settimana.

“Per esempio, a fronte di un allungamento al 31.12.2019 del periodo di richiesta per l’Ape, non ritroviamo una simile previsione per l’Ape Sociale, che interessa lavoratori più fragili, quali quelli con disabilità o quelli che assistono con continuità familiari con disabilità grave”, continua Speziale.

“Cos’altro c’è tra legge di bilancio e decreto fiscale collegato? Poco altro e niente!”

Soprattutto Anffas punta il dito sull’assoluta mancanza di misure a sostegno dei ‘caregiver’ familiari, proprio in un momento storico in cui nella nazione e in Parlamento alta è l’attenzione sul tema.

“Occorre valorizzare il supporto informale dei ‘caregiver’ attraverso misure che diano un sostegno previdenziale, ma anche di coordinamento con quanto istituzionalmente comunque la Pubblica Amministrazione deve continuare a garantire alle persone con disabilità”, puntualizza Speziale.

Per Anffas la conferma del fondo nazionale per la non autosufficienza di 450 milioni di euro, da cui rinvenire anche le risorse per la vita indipendente, risulta abbastanza esile dopo che con la legge n. 112/2016 (sul “durante noi, dopo di noi”) si è avviato un processo ormai inarrestabile di necessaria individuazione degli interventi e delle attività a favore di ciascuna singola persona con disabilità attraverso uno specifico progetto individuale di vita, che traguardi le sue varie dimensioni in relazione agli specifici contesti vissuti quotidianamente.

Conclude allora Speziale: “Basta con un welfare assolutamente prestazionistico, standardizzato e meramente assistenzialistico – neppure adeguatamente supportato col disegno di legge – vogliamo un welfare che guardi alla persona con disabilità, così come con altre fragilità e costruisca insieme alla stessa un percorso di inclusione vera e di giusti supporti per il miglioramento della sua qualità di vita in ottica assolutamente propulsiva, potenziando le esperienze di vita indipendente, di percorsi per il dopo di noi, di supporto ai sostegni formali; diversamente la spesa pubblica continuerà ad essere sterile. Stiamo già approntando proposte serie e coerenti a tale impianto da discutere con tutti gli interlocutori politici e sociali”.




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8 novembre 2017

La sinistra fa votare CasaPound

CasaPound, il partito neofascista che ormai da diversi anni opera in diversi territori del nostro Paese, negli ultimi periodi sta riscuotendo un buon successo anche nelle elezioni in cui presenta una lista. Domenica passata, il candidato a presidente del municipio di Ostia, nel comune di Roma, ha ottenuto un numero di voti piuttosto consistente, quasi il 10%, e in alcune recenti elezioni dei rappresentanti di CasaPound hanno riscosso dei consensi tali da divenire consiglieri comunali.

E’ possibile, quindi, che CasaPound in occasione delle prossime elezioni politiche, riesca a superare la soglia del 3% dei voti tale da consentire l’elezione di alcuni suoi parlamentari alla Camera e al Senato.

E’ legittimo porsi delle domande relativamente alle cause di questi successi elettorali, anche di quelli potenziali, nel prossimo futuro.

Senza dubbio i consensi ottenuti da CasaPound devono essere valutati avendo come riferimento quanto sta avvenendo da tempo in varie parti d’Europa: l’affermazione, anche elettorale, di partiti o movimenti di ispirazione fascista, comunque di destra radicale, razzisti e populisti.

Ma non credo che l’analisi si debba fermare qui.

E’ necessario andare oltre ed esaminare le specificità, tutte italiane, dell’affermazione di CasaPound.

CasaPound è un partito che, oltre ad essere fascista, razzista, populista e violento, tende, sempre di più, ad essere radicato nel territorio, ad essere, costantemente, in diretta relazione con alcune fasce dell’elettorato, soprattutto quelle più povere, con maggiori difficoltà economiche.

E’ noto, ad esempio, l’impegno di CasaPound a Roma, nei quartieri periferici, per difendere, anche con le maniere forti, esercitate contro le forze di polizia, gli sfrattati o coloro che hanno abusivamente occupato case popolari, per aiutare concretamente, tramite la concessione di pasti o di capi di abbigliamento agli italiani contraddistinti da un forte disagio economico e sociale.

Certo, aiutano solo gli italiani, non certo gli stranieri, anzi questi ultimi spesso sono oggetto di violenze fisiche da parte di aderenti a CasaPound. Ma questo è un altro discorso…

Quindi è vero che i rappresentanti di CasaPound, stanno facendo un buon lavoro, come ha recentemente dichiarato Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, forse definibile, però, talvolta, come un “lavoro sporco”.

Ma è anche vero che CasaPound sta occupando gli spazi, o le praterie, lasciati liberi da molti anni ormai, dai partiti della sinistra, sia riformista che radicale.

Infatti il Pd, ma anche i partiti e i movimenti della cosiddetta sinistra radicale, hanno sempre meno rapporti diretti, e costanti nel tempo, non solo in occasione degli appuntamenti elettorali, con i cittadini, e in particolar modo con coloro i quali sono stati più colpiti dalla crisi economica, quindi i più poveri e coloro che sono contraddistinti da un disagio sociale molto pesante.

Non a caso il Pd, ma anche i partiti della sinistra radicale, in molte elezioni ormai, hanno ottenuto uno scarso successo soprattutto nei quartieri periferici delle grandi città.

Quindi tali comportamenti della sinistra italiana hanno oggettivamente favorito l’affermazione di CasaPound.

E se si intende davvero contrastare CasaPound, è anche necessario che la sinistra modifichi questi comportamenti e ritorni parzialmente al passato, pur non abbandonando l’obiettivo di interessarsi del futuro e dei cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni, accrescendo considerevolmente il rapporto diretto con i cittadini, in primo luogo con quelli contraddistinti da una evidente situazione di disagio economico e sociale.




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5 novembre 2017

In memoria di Agostino Pirella, psichiatra

Il 30 ottobre, a 86 anni, è morto lo psichiatra Agostino Pirella. I mass media hanno purtroppo trascurato la sua morte. E ciò non può che essere valutato negativamente in quanto Pirella è stato uno dei protagonisti della rivoluzione psichiatrica italiana, il cui esponente più conosciuto fu Franco Basaglia, ma di cui furono “attori” molto importanti anche altri psichiatri, tra i quali appunto Pirella. Pirella era presidente onorario di Psichiatria Democratica.

La fondazione Basaglia lo ha ricordato innanzitutto pubblicando sul suo sito questa sua biografia:

“Nato a Mantova il 30 gennaio 1931, Pirella è stato il braccio destro di Franco Basaglia all’ospedale psichiatrico di Gorizia (1965-71) e poi direttore dell’ospedale psichiatrico di Arezzo dal 1971 al 1979. Con l’arrivo di Pirella, Arezzo si affermò come una delle realtà più significative della psichiatria radicale nata intorno a Basaglia, ispiratore della legge 180 che portò al superamento dei manicomi. Fu proprio Pirella a promuovere la chiusura del manicomio aretino.

Come maestro di psichiatria si è impegnato per il rinnovamento del sapere scientifico e dell’assistenza ai sofferenti psichici nell’ambito delle relazioni umane, ‘senza violenza e senza emarginazione’.

Nel 1998 il Comune di Arezzo gli conferì la cittadinanza onoraria. È stato in seguito docente di psichiatria all’Università di Torino.

Tra i libri di Pirella figurano ‘L’ insocievole socialità. Crisi della solidarietà ed itinerari della soggettività’,‘L’invenzione collettiva. Per una psicologia della riabilitazione nella crisi della psichiatria istituzionale’, ‘Il problema psichiatrico’.

I primi interventi di Pirella, primario all’ospedale psichiatrico di Gorizia con Franco Basaglia, furono la chiusura del reparto cronici e l’infermeria e la possibilità per i degenti di uscire dai reparti e le assemblee generali gestite dai pazienti.

Analoga esperienza Pirelli replicò al manicomio di Arezzo. Nel 1978, dopo l’approvazione della legge 180, nota come legge Basaglia, che prevedeva la chiusura dei manicomi, Pirella in accordo con la giunta provinciale si adoperò per l’ ‘apertura” del manicomio aretino. Nel 1979 lasciò l’incarico di direttore a Vieri Marzi che si occupò della definitiva chiusura dell’ospedale psichiatrico”.

Sempre nel sito della fondazione Basaglia la presidente Maria Grazia Giannichedda lo ha ricordato pubblicando una lettera di Basaglia indirizzata a Pirella:

“Con questa lettera di Franco Basaglia vogliamo ricordare Agostino Pirella che è morto il 30 ottobre a Torino a 86 anni. Pirella è stato un compagno infaticabile nella lotta contro il manicomio e nella realizzazione della riforma, ed è stato un uomo colto, inquieto e coerente. Sul suo lavoro e le sue idee sarà importante ritornare nel prossimo anno pieno di anniversari importanti per i temi sui cui Pirella ha impegnato la vita.

Nell’inverno del 2005, mentre scrivevo l’introduzione all’ultima antologia di scritti di Basaglia ‘L’utopia della realtà’ avevo cercato Agostino per sondare i suoi ricordi a proposito di quel saggio bellissimo e cruciale che Basaglia scrisse nel 1964 sulla distruzione dell’ospedale psichiatrico. Ne parlammo a lungo e poi Agostino mi mandò questo testo che include la lettera di Basaglia e testimonia del loro rapporto, che è durato tutta la vita.

Ritrovo una lettera di Franco in mezzo a vecchie carte che si riferiscono agli ultimi anni di Mantova (‘64-‘65) anni in cui ci ritrovavamo a Bologna e Milano con Gianni Scalia, Ferruccio Rossi Landi, Pietro Bonfiglioli e Luigi Rosiello per analizzare e discutere di lavoro logico-linguistico, di inconscio in una cornice che cercava di mettere insieme neopositivismo logico e marxismo.

Chiamavamo Marx ‘l’anonimo’ sulla falsariga cui era stato costretto Ferruccio in USA (Università di Corpus Christi, in Texas) perché là non era desiderabile nominare Marx.

Era il tempo in cui si decidevano i destini del mio trasferimento a Gorizia. Ero certamente interessato ad andare a lavorare con Franco, che conoscevo già da anni, ma allo stesso tempo avevo tentennamenti relativi al fatto di lasciare un posto ben retribuito, vicino ai luoghi in cui mi trovavo con gli ‘amici di pensiero’.

Traspare da questa lettera di Franco del 1° giugno ’64 sia questa incertezza sia l’interesse che entrambi avevamo per un lavoro comune. Il libro di cui parla Franco dovrebbe essere ‘The authoritarian personality” di Levinsohn e Adorno. Ecco la trascrizione del testo interpretato dalla difficile grafia di Franco:

Caro Agostino,

scusa la mia villania! Grazie del libro che ti rispedirò al più presto. Ieri dovevo andare a Salsomaggiore e così era mia intenzione passare per Mantova. Poi tutto è andato contro i progetti e allora…

I concorrenti per Gorizia sono 5 per il primario e 7 per medico di sezione. Ho parlato con il prof. Belloni che credo sarà nella  Commissione. Mi ha detto parlando di te che devi decidere cosa vuoi
fare (…incomprensibile). Da parte mia non so cosa dirti. L’egoismo mi porterebbe a spingerti a venire a Gorizia, ma l’amicizia mi frena (non del tutto) nel consigliarti di lasciare Mantova.

Penso ad ogni modo che prima o poi sia necessario che possiamo unirci. Sono convinto che possiamo fare qualche cosa di veramente buono e sostanziale in campo psichiatrico. Il 21 penso ci troveremo a Parma per la riunione della Veneto-Emiliana. Presenterò con Slavich una comunicazione sulle alcool-allucinosi.

Ho mandato a Londra un lavoro per la Psichiatria sociale ‘piuttosto forte” di denuncia sull’organizzazione psichiatrica italiana. Ne manderò uno anche per il congresso di Psicoterapia quello (parola incomprensibile) come già sai sul silenzio.

Se verrò a Salsomaggiore prima di Parma te lo farò sapere così potremo passare una serata assieme.
Ti prego di rispondermi in merito.

Saluti a tua moglie

Tuo Franco B.”




permalink | inviato da paoloborrello il 5/11/2017 alle 10:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 novembre 2017

Una petizione contro il rischio sismico nelle scuole

Save the Children ha promosso una petizione per chiedere al Governo e al Parlamento che si impegnino affinchè la pericolosità delle scuole in caso di terremoti si riduca considerevolmente. Infatti il 31 ottobre 2002 a causa di un terremoto che colpì la Puglia e il Molise, crollò una scuola a San Giuliano di Puglia e morirono 27 bambini e una maestra. Esattamente 15 anni dopo, soltanto una minoranza delle scuole in Italia risulta costruita con criteri antisismici, mentre la pericolosità sismica resta molto alta e tanto è ancora da fare.

Andare a scuola è un diritto e un obbligo. Essere al sicuro è fondamentale. Ecco perché Save the Children chiede di firmare una petizione per chiedere al Governo e al Parlamento di adottare misure, anche legislative per conseguire questi tre obiettivi:

scuole antisismiche per tutti, a partire dalle aree a maggiore pericolosità;

verifica degli edifici per mappare i pericoli per ogni singola scuola;

sapere cosa fare in caso di emergenza: percorsi obbligatori di formazione e autoprotezione a scuola.

Infatti, in un comunicato diffuso dall’associazione si può leggere: “Secondo i dati elaborati per Save the Children dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), circa 4 milioni e mezzo di studenti tra i 6 e i 16 anni vivono in province totalmente o parzialmente rientranti in aree con una pericolosità sismica medio-alta o alta.

Ma le informazioni disponibili sullo stato degli edifici scolastici sono ancora oggi insufficienti: una larga parte delle scuole non è stata sottoposta a verifica di vulnerabilità sismica, nonostante sia obbligatoria per legge proprio in seguito a quella tragedia e i dati dell’Anagrafe dell’Edilizia scolastica risultano scarsamente affidabili per la valutazione della pericolosità, in quanto non aggiornati né completi riguardo ai dati strutturali degli edifici, essenziali per valutarne la vulnerabilità. Questo ha conseguenze inevitabili per la prevenzione.

La legge non aiuta a risolvere questa situazione: gli alti parametri antisismici previsti dalle norme sulle costruzioni si applicano solo quando si va a costruire un nuovo edificio o in caso di suo ampliamento, sopraelevazione o mutamento di destinazione d’uso. Eppure la maggioranza delle scuole italiane ha sede in vecchi edifici, per i quali non sono stabiliti obblighi generali di adeguamento antisismico a un parametro minimo determinato.

Inoltre, cosa ancora più grave, anche se dalle verifiche emerge un pericolo per un edificio scolastico, non vi è per legge obbligo di intervento da parte degli enti locali proprietari. Anzi, paradossalmente una circolare del 2010 è intervenuta a chiarire in termini generali che ‘La verifica è obbligatoria, mentre non lo è l’intervento, salvo nel caso in cui il proprietario o gestore disponga di risorse ordinarie sufficienti alla sua esecuzione’.

Non possiamo restare indifferenti.

E’ essenziale che i bambini, gli insegnanti, il personale scolastico e le famiglie che hanno i propri cari all’interno delle scuole possano considerare gli edifici scolastici dei luoghi sicuri anche in caso di sisma. E’ inoltre indispensabile che gli studenti e tutti coloro che si trovano all’interno delle scuole possano mettersi in salvo durante le emergenze, contando prima di tutto su strutture che salvaguardano la vita umana, poi sulla conoscenza di procedure e comportamenti da mettere in atto in tali occasioni.

A partire dal 2014, il Governo ha stanziato 9 miliardi e mezzo in materia di edilizia scolastica, un impegno importante e concreto.  Resta urgente un intervento legislativo che introduca un obbligo rispetto alla messa in sicurezza delle scuole in base a parametri antisismici minimi predeterminati e distribuisca le responsabilità tra livelli centrale e periferico.

Gli enti locali non possono essere lasciati soli a fronteggiare la responsabilità per una materia così complessa e impegnativa come quella della prevenzione, devono poter contare su un supporto tecnico permanente a livello centrale o regionale e, in caso si sottraggano comunque ai propri obblighi, devono essere sostituiti nell’adempimento dagli stessi livelli centrali o regionali, a salvaguardia della vita umana di bambine e bambine che sarebbero altrimenti in pericolo in caso di sisma”.




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30 ottobre 2017

Valerio, atleta ed "eroe", con la sindrome di Down

A luglio è diventato famoso per aver salvato una bambina che stava annegando nelle acque di Sabaudia. Ma oltre a essere un ragazzo coraggioso, Valerio è un nuotatore che ha già ottenuto molti successi a livello nazionale e internazionale. Hanno parlato di lui suo padre e il suo allenatore, in alcune dichiarazioni rilasciate alla rivista dell’Inail SuperAbile.

Valerio Catoia è un ragazzo di 17 anni, di Latina, frequenta il terzo anno del liceo in Scienze umane, e dopo la scuola trova il tempo per tante altre cose. Suona la chitarra, fa parte del gruppo Scout, pratica atletica leggera, ma sopra ogni cosa gli piace nuotare. Nuotare a più non posso: in piscina d’inverno e al mare d’estate.

E’ diventato famoso in tutta Italia quando, a metà luglio, insieme a suo padre si è gettato nel mare agitato per raggiungere e aiutare una bambina di dieci anni che al largo era stata sopraffatta dalle onde e rischiava di annegare: l’ha raggiunta, si è immerso per riportarla a galla e poi nuotando l’ha portata verso la riva, facendo attenzione a che riuscisse a respirare. Fino a che non l’ha lasciata nelle mani dei bagnini di un vicino stabilimento, accorsi dopo aver sentito le grida degli altri bagnanti.

Le ha salvato la vita, e la notizia è corsa veloce sul web, sulla carta stampata e in tv, con una sottolineatura importante: Valerio, il giovane “eroe”, è un ragazzo con la sindrome di Down.

“Quello che ha fatto è la dimostrazione che i ragazzi con sindrome di Down possono fare le stesse cose che facciamo noi: le fanno con i loro tempi, ma le fanno – ha detto Roberto Cavana, tecnico federale, allenatore di Valerio e della nazionale nuoto Fisdir – Quando è arrivato in piscina per la prima volta aveva tre anni e ce ne ha messi altri due, fra urla e strilli, prima di lasciarsi andare: da quando però ha iniziato a nuotare e a fare le gare, per farlo uscire dalla piscina bisognava sparargli, anche ora non ne vuole sapere di smettere”.

“Il nuoto – ha affermato il papà Giovanni – ce lo avevano consigliato i medici, ma nei primi tempi la tentazione di gettare la spugna è stata forte: abbiamo ascoltato l’allenatore che ci consigliava di non mollare e di insistere, ci siamo fidati e abbiamo fatto bene”.

In quegli anni, ha ricordato il padre, “con mia moglie andavamo a tentoni, senza grossi aiuti e nessuna drittaci dicevano che la sindrome era questa e nostro figlio era questo, di non aspettarci che potesse fare quello o quell’altro. Insomma: ci demoralizzavano, più che tirarci su. Abbiamo fatto il possibile, a 16 mesi faceva già logopedia: alla lunga i risultati dei sacrifici fatti da lui e da noi hanno pagato”.

A scuola – ha sottolineato ancora Giovanni Catoia – va da solo con i mezzi pubblici, mentre con il clan degli Scout parte per i campi fuori casa, dimostrandosi autonomo. Ma è lo sport che lo ha aiutato più di ogni altra cosa”.

“Lo sport è fatto di regole. La vita è fatta di regole. Lo sport aiuta a rispettare e vivere le regole della vita”, ha aggiunto Cavana, che allena ragazzi disabili da qualcosa come 27 anni e una certa esperienza in materia se l’è fatta. A livello agonistico, praticando atletica leggera, Valerio quest’anno è arrivato terzo nei 1.500 metri e secondo negli 800 a livello nazionale, mentre nel nuoto, due anni fa, aveva conquistato l’argento nei 50 stile libero nazionali”.

“Per noi – ha detto papà Giovanni – quanto accaduto a Sabaudia è stata una gioia e una gratificazione: speriamo che quanto fatto da Valerio contribuisca a cambiare la mentalità nei riguardi di questi ragazzi”.

Un auspicio anche in previsione del lontano futuro: “Pensando al ‘dopo di noi’, io e mia moglie speriamo che Valerio possa avere una vita relativamente indipendente. Lavoriamo per questo. E poi lui è fortunato perché ha una sorella che gli starà accanto”.

Nel frattempo, Valerio cresce ed è come un vulcano: “Recentemente mi ha chiesto: ‘Papà, posso fare anche baseball?’. Gli ho risposto di no, può bastare quello che fa già: noi qui, a stargli appresso, rischiamo di impazzire”.




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30 ottobre 2017

Amnesty International, no al bullismo

La sezione italiana di Amnesty International ha deciso di promuovere una campagna contro il bullismo. Per finanziare le iniziative che intende realizzare ha deciso di rivolgersi anche ai cittadini italiani, chiedendo delle donazioni specifiche tramite l’invio di un sms oppure con una chiamata da rete fissa al 45542.

Lo slogan adottato da Amnesty International è il seguente:

Insulti, umiliazioni, violenza fisica: il bullismo non è uno scherzo.

Il bullismo è una violazione dei diritti umani.

I nostri figli possono essere vittime, autori o testimoni.

Aiutaci a dire no al bullismo.

Perché la sezione italiana di Amnesty ha deciso di contrastare il bullismo?

Dall’ultima indagine italiana, effettuata su larga scala, quella dell’Istat risalente al 2014, si può rilevare che poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti.

Il bullismo mina l’autostima e la dignità dei ragazzi e alla lunga può portare a situazioni di depressione e di ansia e comportamenti autolesivi.

L’esperienza nelle scuole dimostra un forte legame tra il bullismo e la discriminazione basata sul sesso, la razza, l’orientamento sessuale o altre caratteristiche uniche per l’identità di una persona. Come in ogni altra lotta contro la discriminazione, i diritti umani forniscono la giusta prospettiva per affrontare il fenomeno.

Per Amnesty International il bullismo è una violazione dei diritti umani. Toglie agli studenti il rispetto e la dignità e impedisce di poter godere di diritti fondamentali quali l’inclusione, la partecipazione e la non discriminazione.

E quali sono le caratteristiche del progetto di Amnesty International, rivolto alle scuole italiane?

L’impegno  di Amnesty nelle scuole vuole prevenire e ridurre i casi di bullismo in tutti i settori della vita scolastica.

La sezione italiana di Amnesty International ha svolto, insieme a quelle di Irlanda, Polonia e Portogallo, un ruolo di capofila nell’introduzione di percorsi di educazione ai diritti umani per prevenire e contrastare il bullismo nelle scuole.

Il progetto pilota avviato nel 2016 ha impegnato quasi 3.000 persone tra insegnanti, personale parascolastico, studenti e genitori, coinvolti con eventi formativi, attività di sensibilizzazione e azioni mirate a creare partecipazione e networking.

E grazie alla generosità degli italiani la sezione italiana di Amnesty intende aumentare il numero di scuole coinvolte in tali iniziative contro il bullismo e la discriminazione e impegnarsi per il miglioramento dei luoghi scolastici all’interno dei quali gli studenti svolgono le principali attività.




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30 ottobre 2017

Banca d'Italia, Renzi sbaglia anche quando ha ragione

E’ ormai ben noto, Renzi ha fatto in modo che i deputati del Pd presentassero una mozione, poi approvata, nella quale, anche se non esplicitamente in seguito all’intervento di un rappresentante del Governo, si chiede che Ignazio Visco non sia riconfermato nell’incarico di governatore della Banca d’Italia.

Infatti, entro il mese di ottobre, scade l’incarico di Visco che potrebbe, però, essere riconfermato per altri sei anni.

E’ bene ricordare che il governatore della Banca d’Italia, in base alle norme attualmente in vigore, viene scelto con un decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo che si sia tenuta una riunione di questo Consiglio sul tema in questione.

Io ho scritto, nel recente passato, un post nel quale spiegavo i motivi secondo i quali, a mio avviso, non doveva essere riconfermato Visco. Soprattutto perché ritenevo e ritengo che la Banca d’Italia non fosse stata esente da responsabilità, di non secondaria importanza, nel verificarsi delle crisi bancarie che hanno interessato alcuni istituti di credito.

Anche Renzi ha sostenuto che lui e il Pd non vorrebbero riconfermare Visco sostanzialmente per i motivi da me rilevati in quel post.

Renzi però ha sbagliato radicalmente nei metodi utilizzati per raggiungere l’obiettivo che intendeva perseguire, e cioè la nomina di un nuovo governatore della Banca d’Italia.

Avrebbe dovuto convincere il presidente del Consiglio Gentiloni, del Pd, e i ministri espressione del Pd, tra i quali anche Padoan, ministro dell’Economia, della bontà della sua posizione.

Invece, all’improvviso, senza informare nemmeno Gentiloni, (fra l’altro non sembra che fossero informati nemmeno la gran parte dei deputati del Pd sui contenuti precisi della mozione) ha fatto presentare ed approvare quella mozione, alla Camera.

E così ha provocato anche uno “strappo” istituzionale di non poco conto in quanto, in base alle norme vigenti, il Parlamento non ha alcun potere nel processo di nomina del governatore della Banca d’Italia.

Inoltre Renzi ha dimostrato di voler rincorrere i movimenti e i partiti “populisti”, in primo luogo il movimento 5 stelle, i cui esponenti da tempo avevano dichiarato che Visco non doveva essere riconfermato.

Altro che Pd unico partito che può sconfiggere il populismo. Il Pd di Renzi ancora una volta ha dimostrato di voler rincorrerlo, il populismo, e non è certo questa la strada da utilizzare per sconfiggerlo e nemmeno per accrescere i propri consensi elettorali. Il contrario, invece.

Gli errori di Renzi sono diventati numerosi ed importanti, ma con quest’ultimo Renzi ha compiuto davvero un miracolo: ha sbagliato anche quando aveva ragione. Non tutti sono capaci di farlo…

E quanto avvenuto dimostra, ancora una volta, che Renzi non è più in grado di essere il leader del Pd né il candidato di questo partito alla presidenza del Consiglio. Non ha le capacità per svolgere tali ruoli. E’ ormai del tutto inaffidabile, inoltre.




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