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29 agosto 2016

Necessario che le Olimpiadi del 2024 si svolgano a Roma

Sembra che Virginia Raggi, sindaco di Roma, intenda ufficializzare il diniego da parte dell’Amministrazione Comunale da lei guidata riguardo alla candidatura di Roma come sede delle Olimpiadi del 2024

Le altre città che si sono candidate sono Los Angeles, Parigi e Budapest.

Queste candidature sono tutt’altro che “forti” e potrebbe veramente cadere su Roma la scelta del Cio (comitato olimpico internazionale).

La contrarietà del movimento 5 stelle alla candidatura di Roma è ben nota ed è stata manifestata da tempo.

Ma tale contrarietà, e quindi l’eventuale scelta della Raggi di impedire che Roma si candidi a sede delle Olimpiadi, è completamente sbagliata e frutto di un’impostazione del tutto ideologica e non di un’analisi seria dei vantaggi e degli svantaggi che si determinerebbero con l’eventuale “vittoria” di Roma.

Infatti, se la realizzazione degli interventi necessari per far svolgere a Roma le Olimpiadi avvenisse seguendo criteri di efficienza e di efficacia, potrebbero essere effettuate opere molto utili alla città anche dopo le Olimpiadi.

Non è affatto detto che la realizzazione di quegli interventi sarebbe in contrasto con le attività necessarie ad affrontare i notevoli problemi della capitale d’Italia.

Peraltro le risorse finanziarie per gli interventi in questione sarebbero fornite dal governo nazionale. Gli sponsor poi, a tale proposito, potrebbero svolgere un ruolo importante.

Ed inoltre con lo svolgimento delle Olimpiadi si potrebbero verificare delle entrate che, in parte, coprirebbero i costi sostenuti.

I vantaggi, poi, sarebbero evidenti, non solo in termini di immagine, per tutta la nazione, ma in primo luogo per Roma.

Ho spesso usato, fino ad ora, il condizionale, perché, giustamente, se i vantaggi saranno superiori agli svantaggi dipenderà da come tutta l’operazione Olimpiadi 2024 verrebbe gestita.

Ma l’Italia, Roma e non solo Roma, in quanto le gare olimpiche si terrebbero anche in altre città italiane, è in grado di gestire bene quell’operazione.

Del resto i risultati ottenuti con l’Expo, a Milano, dimostrano che l’Italia, e gli italiani, se lo si vuole davvero, è in grado di vincere “sfide” certo non facili, ma che il nostro Paese è in grado di affrontare.

Mi auguro, pertanto, che l’Amministrazione Comunale di Roma non ufficializzi il suo diniego nei confronti della candidatura della capitale d’Italia a sede delle Olimpiadi del 2024.

Comunque, anche se ciò avvenisse, la candidatura potrebbe essere mantenuta in quanto sembra che, per il futuro, potranno essere considerate valide candidature anche se sostenute solamente dal governo nazionale, soprattutto perché, nelle ultime edizioni le gare olimpiche non si sono tenute esclusivamente nella città considerate sede principale, ma anche in altre città.

E l’attuale governo nazionale, giustamente, è senza alcun dubbio a favore della possibilità che le Olimpiadi del 2024 si svolgano in Italia.




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25 agosto 2016

In occasione di tutti i terremoti si parla di prevenzione ma non si fa niente

Anche in occasione del terremoto che ha colpito Amatrice ed altri comuni è stato spesso rilevata la necessità di realizzare un piano di prevenzione antisismica, relativa soprattutto agli immobili situati nelle zone a maggiore rischio di terremoti. Io credo, pur se spero che non avvenga, che ancora una volta nei prossimi mesi ed anni si farà poco o niente sul versante della prevenzione.

Che sia necessaria la prevenzione non ci sono per la verità dubbi.

Del resto, appena verificatosi il terremoto del 24 agosto, molti hanno rilevato che sarebbe indispensabile attuare un’estesa ed efficace azione di prevenzione.

Ad esempio il professor Enzo Boschi, ex presidente dell’Ingv (istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia), ha, tra l’altro, dichiarato: “Sul fronte dei terremoti siamo ancora indietro sulla prevenzione.

A Norcia, dove dopo il terremoto del 1979 si è proceduto con interventi antisismici sugli edifici, i danni provocati dal sisma di questa notte sono quasi irrilevanti.

Purtroppo in Italia si costruisce bene, con criteri antisismici, solo dopo un terremoto grave. Eppure l’area colpita oggi dal grave sisma è una zona in cui la Terra si sta come ‘lacerando’, un’area che è nota per essere ad alto rischio sismico.

Quando nel 2003 è stata pubblicata la mappa del rischio sismico in Italia, bisognava intervenire con lavori di prevenzione sugli edifici nelle zone più vulnerabili, ma non in tutte le zone è stato fatto.

Invece le maggiori vittime il terremoto le provoca proprio con i crolli di case ed edifici”.

Il giornalista Francesco Anfossi, su www.famigliacristiana.it, ha, inoltre, scritto:

“…Ma non riusciamo ancora a mettere in campo una cultura della prevenzione, come in California o in Giappone: guardiamo al Sol levante come l’isola lontana dei terremoti e non ci rendiamo conto che quell’isola è simile a noi che siamo la Penisola dei terremoti, lo Stato europeo con la più alta frequenza di eventi del genere.

Quante altre sciagure – non nei prossimi secoli, ma nei prossimi anni – ci vorranno per capire che siamo un paese ad alto rischio?

…Ma se per prevenzione intendiamo una previsione basata sulla frequenza delle scosse sismiche, sulle probabilità che avvengano, sulle condizioni geologiche dell’area appenninica e di altre zone del sottosuolo, sullo stato delle abitazioni, spesso vecchie di secoli come nel caso dei comuni dell’area dell’ultimo terremoto, allora sì che possiamo prevedere con una certa approssimazione l’ipotesi che in quell’area si verificherà un evento catastrofico, mettendo in sicurezza tutte le abitazioni come in Giappone, dove gli edifici sono in grado di assorbire scosse di magnitudo superiore a quella degli ultimi terremoti.

Ma in Italia tutto questo non è mai stato messo in atto. Gli studi e le ricerche sulle condizioni sismiche del territorio nazionale, il censimento del patrimonio edilizio e soprattutto del suo stato, la messa in sicurezza dei comuni più a rischio, l’adeguamento delle norme tecniche e dei materiali di costruzione, l’addestramento della  popolazione all’emergenza a cominciare dalle scuole elementari,la concentrazione degli sforzi dove il rischio è altissimo (come nella dorsale appenninica, nel Nordest e in Calabria, soprattutto nell’area di Reggio Calabria) richiede una politica di ‘visione’ a lungo termine, previdente ma non troppo remunerativa a livello elettorale”.




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24 agosto 2016

In Siria dal 2011 17.000 i morti in carcere

Le terribili esperienze dei detenuti sottoposti a una tortura dilagante sono state rese note da Amnesty International, in un rapporto che stima in 17.723 il numero delle persone morte in carcere in Siria dal marzo 2011, l’inizio della crisi: una media di oltre 300 morti al mese.

Il rapporto di Amnesty International, intitolato “Ti spezza l’umanità. Tortura, malattie e morte nelle prigioni della Siria”, denuncia crimini contro l’umanità commessi dalle forze governative di Damasco e ricostruisce l’esperienza provata da migliaia di detenuti attraverso i casi di 65 sopravvissuti alla tortura.

Da questi racconti, emergono le agghiaccianti e inumane condizioni delle strutture detentive gestite dai vari servizi di sicurezza siriani e nel carcere militare di Saydnaya, alla periferia della capitale.

La maggior parte dei testimoni ha riferito di aver assistito alla morte di compagni di prigionia e alcuni hanno raccontato di essere stati tenuti in celle insieme a cadaveri.

“Il campionario di orrori contenuti in questo rapporto ricostruisce in raccapriccianti dettagli le violenze da incubo inflitte ai detenuti sin dal momento dell’arresto e poi durante gli interrogatori, svolti a porte chiuse all’interno dei famigerati centri di detenzione dei servizi di sicurezza siriani: un incubo che spesso termina con la morte, che può arrivare in ogni fase della detenzione” – ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Da decenni le forze governative siriane usano la tortura per stroncare gli oppositori. Oggi viene usata nell’ambito di attacchi sistematici contro chiunque, nella popolazione civile, sia sospettato di non stare dalla parte del governo.

Siamo di fronte a crimini contro l’umanità, i cui responsabili devono essere portati di fronte alla giustizia” – ha aggiunto Luther.

“I paesi della comunità internazionale, soprattutto Russia e Stati Uniti che condividono la direzione dei colloqui di pace sulla Siria, devono mettere questo tema in cima all’agenda delle discussioni tanto col governo quanto coi gruppi armati e sollecitare gli uni e gli altri a porre fine alla tortura” – ha proseguito Luther.

Amnesty International chiede inoltre il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza. Tutti gli altri detenuti dovrebbero essere sottoposti a un giusto processo in linea con gli standard internazionali oppure rilasciati.

Osservatori indipendenti dovrebbero poter visitare immediatamente e senza ostacoli tutti i centri di detenzione.

Il rapporto di Amnesty International contiene nuove statistiche del gruppo di analisi sui dati relativi ai diritti umani (Hrdag), un’organizzazione che usa un approccio scientifico per analizzare le violazioni dei diritti umani.

Sulla base delle sue analisi, l’Hrdag ha concluso che tra marzo 2011 e dicembre 2015 nelle prigioni siriane sono morte 17.723 persone, oltre 300 al mese.

Nei decenni precedenti il 2011, Amnesty International aveva riscontrato una media di 45 decessi in carcere all’anno, ossia tre o quattro al mese.

Si tratta, in ogni caso, di stime prudenti. Secondo l’Hrdag e Amnesty International, considerando le decine di migliaia di persone sottoposte a sparizione forzata nei centri di detenzione di tutta la Siria, il numero reale delle vittime è probabilmente più alto.

I detenuti spesso trascorrono mesi se non anni nelle strutture detentive dei vari servizi di sicurezza siriani. Alcuni alla fine vengono portati di fronte a un tribunale militare, che li condanna nel giro di qualche minuto, per poi essere trasferiti nel carcere militare di Saydnaya, dove le condizioni sono particolarmente atroci.

La tortura a Saydnaya pare far parte di un tentativo sistematico di degradare, punire e umiliare i prigionieri. Secondo i sopravvissuti, a Saydnaya picchiare a morte i detenuti è la norma.

Inizialmente, i prigionieri di Saydnaya vengono tenuti per alcune settimane in celle sotterranee, dove d’inverno si gela, senza nulla per coprirsi. In seguito vengono portati nelle sezioni ai livelli superiori.

Per non morire di fame, i detenuti cui viene negato il cibo si nutrono con bucce d’arancia e noccioli di olive. Non possono parlare né rivolgere lo sguardo alle guardie, che regolarmente li scherniscono e li umiliano solo per il gusto di farlo.




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20 agosto 2016

Goletta Verde, un punto inquinato ogni 54 km di costa

Su 265 campioni di acqua analizzati, il 52% è risultato con cariche batteriche elevate. Circa 25% della popolazione italiana ancora non coperta da depurazione. Scarichi non depurati peggiori nemici del turismo. Scarsa l’informazione ai cittadini: pochi i cartelli di divieto di balneazione e quelli informativi sulla qualità delle acque.  Questi i principali risultati di Goletta Verde 2016, la storica campagna estiva di Legambiente.

Un punto inquinato ogni 54 km di costa, ancora una volta sotto accusa la mancata depurazione.

Dei 265 punti monitorati, uno ogni 28 km di costa, dal laboratorio mobile di Goletta Verde di Legambiente, il 52% è risultato inquinato o fortemente inquinato . L’88% di queste criticità è in corrispondenza di foci di fiumi, fossi, canali o scarichi  presenti lungo la costa. Più della metà di questi sono in prossimità di spiagge e stabilimenti e quindi frequentati da bagnanti.

“Purtroppo i risultati deludenti in prossimità di foci, fossi e canali non ci sorprendono – ha commentato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – dal momento che il problema riguarda non solo le aree costiere ma interessa gran parte del territorio nazionale.

Nonostante siano passati 11 anni dalle scadenze previste dalla direttiva europea sulla depurazione, l’Italia, infatti, è ancora in fortissimo ritardo.

Circa il 25% della popolazione non è coperta da un adeguato servizio di depurazione e un terzo degli agglomerati urbani a livello nazionale è coinvolto da provvedimenti della Commissione europea. Sul nostro Paese pesano già due condanne e una terza procedura d’infrazione.

Oltre i costi ambientali, ci sono inoltre quelli economici a carico della collettività: a partire dal 2016, il nostro Paese dovrà pagare 480 milioni di euro all’anno, fino al completamento degli interventi di adeguamento”.

Se nell’edizione 2016 oltre la metà dei punti sono risultati inquinati, 1 su 5 soffre di “inquinamento cronico”, in quanto dal 2010 ad oggi è risultato fuori i limiti di legge per almeno 5 volte. Di questi il 94% corrisponde a foci di fiumi, torrenti, scarichi e canali.

“Gli scarichi non depurati sono i peggiori nemici del turismo – ha proseguito Giorgio Zampetti -. Il nostro monitoraggio ha l’obiettivo di non fermarsi alla sola denuncia, ma soprattutto di avviare un approfondimento e confronto per fermare l’inquinamento da mancata depurazione che si riversa in mare.

Per alcune situazioni critiche da diversi anni, grazie alla stretta collaborazione con le forze dell’ordine e le amministrazioni locali, si è arrivati a individuare le cause e risolvere il problema. Ora c’è la legge sugli ecoreati, che prevede anche il reato di inquinamento ambientale, valido strumento contro chi continua a scaricare illegalmente nei fiumi e nel mare”.

Occorre evidenziare, inoltre, l’inquinamento da rifiuti, che arrivano dai fiumi, dal mare e da terra e che accomunano tutti i 265 luoghi esaminati da Goletta Verde.

Solo nel 14% di questi non è stata rinvenuta spazzatura, che molto spesso, invece, si accumula in vere e proprie discariche in mezzo alla sabbia.

A farla da padrona è la plastica ma non mancano i rifiuti che derivano dall’inefficiente depurazione. Le foci dei corsi d’acqua e i canali portano con sé non solo batteri ma anche rifiuti solidi buttati nel wc e che per mancata depurazione o scarichi illegali arrivano sulle spiagge.

Cotton fioc, assorbenti, blister, addirittura deodoranti da wc che sono stati ritrovati nei pressi dei punti di campionamento nel 18% dei casi. E non è un caso che nell’83% di questi luoghi siano state riscontrate cariche batteriche oltre la norma, derivanti dalla stessa cattiva depurazione.




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16 agosto 2016

Le Rems come gli ospedali psichiatrici giudiziari?

Secondo il comitato nazionale StopOpg si corre il rischio che le Rems (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria) diventino dei nuovi ospedali psichiatrici giudiziari. Per questo motivo il comitato ha inviato una lettera al ministro Orlando e al sottosegretario De Filippo.

Questo è il contenuto della lettera:

“Gentile Ministro, gentile Sottosegretario, abbiamo appreso che è stato approvato al Senato un emendamento al disegno di legge 2067 (su garanzie difensive, durata dei processi, finalità della pena ecc.), che rischia di riaprire la stagione degli ospedali psichiatrici giudiziari.

L’emendamento in questione ripristina la vecchia normativa (quindi ante: legge 81/2014, Dpcm 1.4.2008 allegato C, accordo Conferenza Unificata 13.11.2011), disponendo il ricovero nelle Rems esattamente come se fossero i vecchi Opg.

Se non si rimedia, saranno inviati nelle strutture regionali, già sature, i detenuti con sopravvenuta infermità mentale e addirittura quelli in osservazione psichiatrica.

Invece di affrontare il problema della legittimità delle misure di sicurezza provvisorie decise dai Gip, e di quelle che rimangono non eseguite, si ipotizza una violazione della legge 81 ripristinando la logica e le pratiche dei vecchi Opg.

Un disastro cui bisogna porre riparo.

Non solo si ritarda ulteriormente la chiusura degli Opg rimasti aperti (Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto) ma così le Residenze per le Misure di Sicurezza (Rems) diventano a tutti gli effetti i nuovi Opg.

Si stravolge la funzione delle Rems (e le si travolgono visti i numeri delle persone potenzialmente coinvolte), che non sarà più ‘residuale’: cioè destinata ai pochi casi in cui le misure di sicurezza alternative alla detenzione si ritiene non possano essere assolutamente praticabili.

L’obiettivo della legge 81 sulla chiusura degli Opg (e sul superamento della loro logica) è infatti quella di far prevalere, per la cura e la riabilitazione delle persone, progetti individuali con misure non detentive, nel solco delle sentenze della Corte Costituzionale, la n. 253 del 2003 e la n.367 del 2004, ispirate esplicitamente dalla legge 180 (riforma Basaglia).

Sono illuminanti a questo proposito le riflessioni di responsabili di dipartimenti di salute mentale e di Rems e della stessa Società Italiana di Psichiatria.

Il problema che vuol risolvere l‘emendamento è garantire le cure troppo spesso ostacolate o negate dalle drammatiche condizioni delle carceri ?

Ma Il diritto alla salute e alle cure dei detenuti non si risolve così. Occorre che si rafforzino e si qualifichino i programmi di tutela della salute mentale in carcere e che il Dap istituisca senza colpevoli ritardi le sezioni di osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche.

E’ grave che le persone cosiddette ex art. 148 CP siano reclusi a Reggio Emilia senza rispettare il principio della territorialità.

Semmai si devono potenziare le misure alternative alla detenzione. Così invece, moltiplicando strutture sanitarie di tipo detentivo dedicate solo ai malati di mente, riproduciamo all’infinito la logica manicomiale.

Il rientro di queste persone nel carcere (o comunque nel ‘normale’ circuito delle misure alternative alla detenzione) serviva e serve proprio a ridimensionare il ruolo del cosiddetto ‘binario parallelo’.

Ci aspettiamo un intervento deciso del Governo per rimuovere quanto inopinatamente l’emendamento in questione ha disposto, a sostegno del faticoso processo di superamento degli Opg.

In coerenza con quanto sin qui scritto, nell’occasione rinnoviamo la richiesta di un provvedimento che eviti l’invio di persone con misura di sicurezza provvisoria nelle Rems, destinandole ai prosciolti definitivi”.




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12 agosto 2016

Rapporto zoomafia, crimini organizzati contro gli animali

E’ stato reso pubblico il rapporto Zoomafia 2016 “Crimini organizzati contro gli animali”, redatto da Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’osservatorio zoomafia della Lav (Lega antivivisezione). Nel rapporto si analizza lo sfruttamento criminale di animali verificatosi nel 2015.

In un articolo pubblicato su www.improntaunika.it vengono esaminati i principali contenuti del rapporto.

Per quanto riguarda i combattimenti, nel 2015, rispetto all’anno precedente si è registrato un aumento del 64% dei cani sequestrati e del 110% delle persone denunciate: 46 cani, tra cui 30 pit bull, e 21 persone denunciate, tra cui un minorenne.

Gli scenari sono quelli di illegalità, degrado, criminalità diffusa.

Detenzione di armi clandestine, furto di energia elettrica, ricettazione, possesso di droga: sono alcuni dei reati accertati nell’ambito dei combattimenti.

Detenzione di armi clandestine, furto di energia elettrica, ricettazione, possesso di droga sono alcuni dei reati accertati nell’ambito dei combattimenti.

A segnalare la recrudescenza del fenomeno, furti e rapimenti di cani di grossa taglia o di razze abitualmente usate nei combattimenti, sequestri di allevamenti di pit bull, pagine Internet o profili di Facebook che esaltano i cani da lotta, segnalazioni.

La tratta dei cuccioli dai Paesi dell’Est, è inoltre uno dei business più redditizi per vere e proprie organizzazioni transazionali.

Tenendo conto solo dei casi di cui la Lav è venuta a conoscenza, sono circa 500 i cuccioli sequestrati e 28 le persone denunciate nel 2015.

I dati relativi a corse clandestine nell’ippica, poi, parlano da soli: 11 interventi delle forze dell’ordine, 2 corse clandestine bloccate, 13 persone denunciate, 9 persone arrestate, 15 cavalli sequestrati solo nel 2015.

Solo nel 2015 sono stati 69 i cavalli che correvano in ippodromi ufficiali risultati positivi a sostanze vietate, tra cui la Benzoilecgonina (metabolita della cocaina).

Dalle iguane alle tigri, dalle aquile ai pappagalli, ma anche caviale, corallo, avorio, il traffico internazionale di animali o parti di essi, principale minaccia alle specie rare e protette, ha in Italia un’importante punto di arrivo e di transito.

Il bracconaggio non risparmia specie rarissime come il Nibbio Reale e il Capovaccaio; in tre anni oltre 100 lupi sono morti per cause non naturali, 5 gli Ibis sacri uccisi.

La vendita di animali imbalsamati e il traffico di fauna per l’alimentazione umana muovono un giro d’affari milionario.

Il randagismo è un vero e proprio “business”. 11 tra canili e strutture, con oltre 1500 cani e 200 gatti, sono stati sequestrati nel 2015, 13 le persone denunciate.

L’illegalità non risparmia la filiera del pesce, tra pesca di frodo con esplosivi, raccolta di datteri e ricci di mare destinati al mercato clandestino, pesca illegale di novellame, pesce spada e tonno rosso, furti su commissione in allevamenti e vivai ittici di ostriche, mitili e pesce.

Saccheggiati anche i fiumi, soprattutto in alcune province del Nord, da pescatori di frodo, quasi tutti dell’Est Europa, che dispongono di mezzi, barche potenti, furgoni-frigo, reti lunghe centinaia di metri. Pescano di tutto e rivendono al mercato nero, soprattutto il Siluro (Silurus glanis), un pesce particolarmente apprezzato nei paesi dell’Est.

L’abigeato, reato da sempre sottovalutato, è in realtà un vero business per la criminalità organizzata che si ‘interessa’ anche di allevamenti, macellazione e distribuzione della carne.

Ogni anno scompaiono nel nulla circa 150.000 animali; solo in Sicilia nel 2015 si sono registrati più di 12.000 animali da allevamento rubati o smarriti e sui monti Nebrodi è stato registrato un crescente aumento di casi di furto di cavalli, agnelli, mucche, pecore.

La “mafia dei pascoli” ha ripreso a sparare, come dimostra l’attentato al presidente del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci.

Diverse le forme di macellazione clandestina, che vanno da quella domestica a quella organizzata.

Le sofisticazioni alimentari creano sempre maggiore allarme sociale: nel 2015 sono stati chiuse dai Nas 1.035 strutture del sistema agroalimentare con il sequestro di 25,2 milioni di prodotti alimentari adulterati, contraffatti, senza le adeguate garanzie qualitative o sanitarie, o carenze nell’etichettatura e nella rintracciabilità.

Dai 38.786 controlli effettuati dai Nas nell’ultimo anno sono emerse non conformità in un caso su tre (32%).

Dall’analisi dei dati delle Procure (prendendo in esame un campione di Procure di cui sono disponibili i dati sia per il 2014 che per il 2015), si evince che nel 2015 c’è stato un aumento del 3% dei procedimenti penali per reati contro gli animali, mentre gli indagati sono diminuiti del 4%.

Il reato più contestato è quello di maltrattamento di animali (29,93% del totale dei procedimenti), seguito da uccisione di animali (28,63%), reati venatori (21,05%).

“E’sempre più evidente la presenza di una sorta di affaristi zoomafiosi formati da imprenditori senza scrupoli e speculatori che, per il raggiungimento dei loro obiettivi, creano sinergie scellerate con delinquenti, funzionari collusi e faccendieri, uniti dall’interesse economico comune – ha affermato Ciro Troiano -. Segnali di questo tipo si rilevano nel traffico di cuccioli, nella gestione dei canili, nell’allevamento e macellazione di animali, nella distribuzione agroalimentare.

Nel traffico di cuccioli, ad esempio, è noto l’interesse di alcuni esponenti della camorra, mentre nella gestione dei canili basta ricordare le vicende di “mafia capitale”, che hanno evidenziato il tentativo di accaparramento degli appalti comunali.

Sul piano investigativo occorrerebbe intervenire più approfonditamente per far emergere questi profili criminali e per adottare strategie di contrasto più radicali.

Parimenti occorrerebbe intensificare l’analisi e il contrasto a tutte le forme di maltrattamento organizzato di animali, come ad esempio i combattimenti tra animali e le corse clandestine di cavalli, per individuare e reprimere in primis proprio il loro profilo organizzato e programmato, poiché si tratta di forme di maltrattamento intrinsecamente consociative che trovano la loro consumazione solo sotto forma di evento pianificato e strutturato”.




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12 agosto 2016

Tratta e sfruttamento: nel mondo una vittima su 5 è un minore

Secondo il dossier “Piccoli schiavi invisibili” 2016 di Save the Children i minori vittima di schiavitù e grave sfruttamento nel mondo sarebbero, secondo le stime, 1.200.000. Una vittima di tratta su cinque è un bambino o un adolescente. Una realtà drammatica, che resta però fortemente sommersa, registrando, al di là delle stime e delle proiezioni, un numero molto inferiore di casi realmente identificati.

Quello della tratta è un fenomeno estremamente complesso, soprattutto in Italia, che spesso coinvolge minori stranieri non accompagnati, cioè senza adulti di riferimento, molti dei quali sono in transito nel nostro Paese e si spostano da una città all’altra, non consentendone l’emersione e il tracciamento reale.

Basti pensare che in Italia, tra gennaio e giugno 2016 sono arrivate via mare 70.222 persone in fuga da guerre, fame e violenze. Di queste 11.608 sono minori, il 90% dei quali (10.524) non accompagnati, un numero più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (4.410 da gennaio a giugno 2015).

In particolare, questi ultimi rappresentano un potenziale bacino di sfruttamento per coloro che cercano di trarre profitto dal flusso migratorio, speculando in vari modi sulla vulnerabilità dei più piccoli.

Il profilo dei minori vittima di tratta e sfruttamento in Italia vede una presenza significativa di ragazze nigeriane, rumene e di altri Paesi dell’Est Europa, sempre più giovani, costrette alla prostituzione su strada o in luoghi chiusi.

Attraverso le attività delle unità mobili e di “outreach”, Save the Children ha inoltre intercettato gruppi di minori egiziani, bengalesi e albanesi inseriti nei circuiti dello sfruttamento lavorativo e nei mercati del lavoro in nero, costretti a fornire prestazioni sessuali, spacciare droga o commettere altre attività illegali.

A destare particolare preoccupazione sono i minori “in transito”, tra i quali spiccano eritrei e somali che, una volta sbarcati sulle nostre coste, in assenza di sistemi di transito legali e protetti, si allontanano dai centri di accoglienza e si rendono invisibili alle istituzioni nella speranza di raggiungere il Nord Europa, divenendo facili prede degli sfruttatori.

Nel nostro Paese, inoltre, la tratta di persone costituisce la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali, dopo il traffico di armi e di droga

“Sono tantissimi i minori che raccontano ai nostri operatori di essere vittime di drammatiche forme di sfruttamento, nella maggior parte dei casi assimilabili alla schiavitù, e che anche qui in Italia troppo spesso si affidano a persone senza scrupoli”, ha rilevato Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children.

“È importante che questi ragazzi trovino punti di riferimento affidabili per decidere del loro futuro: per questo motivo, oltre alle nostre attività di protezione dei minori migranti in frontiera Sud, a Roma, Milano e Torino, abbiamo attivato un nuovo servizio di ‘helpline’ dedicato ai minori migranti, un numero gratuito che risponde in sei lingue, fornendo orientamento legale e psicologico, e che vuole essere un punto di riferimento per tutti i minori che possono trovarsi in situazioni di rischio e per tutti coloro che vogliono aiutarli.”

Per la prima volta, il dossier approfondisce il profilo non solo delle vittime, ma anche degli “offender”, cioè gli sfruttatori.

Il profilo degli sfruttatori è molto vario e va dal singolo fino alle organizzazioni criminali, che gestiscono la tratta di persone come attività propedeutica e funzionale a traffici illeciti più lucrativi, come ad esempio quello di droga.

I gruppi transnazionali più complessi hanno cellule in tutta Europa e riescono a spostare e gestire un numero notevole di persone, arrivando a muoverle da un Paese all’altro del continente, a seconda della domanda di lavoro forzato o di prostituzione che si creano di volta in volta.

Le organizzazioni criminali che gestiscono la tratta di persone perseguono lo scopo specifico dello sfruttamento e assoggettamento delle vittime, al fine di trarne dei benefici economici o altri vantaggi.

Questi modelli organizzativi son ben inseriti nel territorio italiano: è il caso dei boss nigeriani che, in accordo con le mafie locali, gestiscono oggi importanti segmenti del traffico e dello spaccio di droga tramite una elevata capacità di controllo sul territorio e sulle persone.

Nel rapporto, Save the Children delinea una serie di raccomandazioni chiave per garantire una più rapida emersione, identificazione e assistenza ai minori vittime di tratta e sfruttamento e la piena attuazione dei loro diritti.

“Finalmente è stato approvato in Italia il primo piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani; ora è indispensabile passare all’attuazione del piano, prevedendo specifici interventi per le vittime minorenni”, ha affermato Raffaela Milano.

“Per prevenire i rischi di sfruttamento chiediamo inoltre al Parlamento di approvare, senza ulteriori indugi, il disegno di legge sul sistema nazionale di accoglienza e protezione dei minori stranieri non accompagnati, che finalmente ha ripreso il suo iter alla commissione Affari Costituzionali della Camera dopo un lungo periodo di stallo.

Un sistema di protezione organico e diffuso su tutto il territorio nazionale, può rappresentare una risposta concreta per ridurre i rischi di tratta e sfruttamento per i minori in arrivo.”




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12 agosto 2016

In Brasile oltre le Olimpiadi un notevole aumento degli omicidi della polizia

Tra pochi giorni a Rio de Janeiro si terranno le Olimpiadi. Purtroppo, come ha rilevato Amnesty International, negli ultimi mesi in Brasile si è registrato un forte aumento degli omicidi ad opera della polizia. E chi seguirà i Giochi Olimpici non potrà non tenere conto anche di tale situazione.

Su questo allarmante aumento degli omicidi effettuati dalla polizia, Amnesty International ha emesso un comunicato molto esplicito.

“Uno scioccante aumento del 103% nel tasso di omicidi a opera della polizia a Rio de Janeiro tra aprile e giugno del 2016 e il 2015 ha frantumato ogni possibilità di un’eredità positiva per i Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, ha dichiarato Amnesty International tre giorni prima della cerimonia di apertura.

Secondo l’Istituto di sicurezza pubblica dello Stato di Rio de Janeiro, la polizia della città ha ucciso 49 persone nel giugno 2016, 40 a maggio e 35 ad aprile – più di una ogni singolo giorno. Dal 2009, quando Rio ha vinto la gara per ospitare i Giochi Olimpici, la polizia ha ucciso più di 2.600 persone in città.

’Proprio quando pensavamo che i livelli di brutalità della polizia non avrebbero potuto essere più scioccanti, lo sono. Il Brasile ha perso le Olimpiadi prima ancora di cominciare. L’aumento apparentemente inarrestabile di omicidi a opera della polizia ha messo in serio dubbio ogni possibilità di una eredità olimpica positiva in materia di sicurezza pubblica’, ha dichiarato Atila Roque, direttore di Amnesty International Brasile.

’Un’ombra di morte è calata su Rio de Janeiro e sembra che le autorità si preoccupino solo di quanto bello possa essere il villaggio olimpico. Il tempo per le promesse e le parole vuote è finito. Le autorità brasiliane devono prendere urgentemente seri provvedimenti per prevenire ulteriori violazioni dei diritti umani e consegnare alla giustizia i responsabili di tanto dolore’.

’La mancanza di protocolli chiari per controllare l’uso della forza letale e un approccio di sicurezza pubblica totalmente errato stanno facendo ripetere in Brasile i fallimenti dei Mondiali di calcio del 2014.

Inoltre gli omicidi della polizia sono aumentati del 40% nel solo stato di Rio de Janeiro e le autorità hanno fatto ben poco per invertire la rotta. La responsabilità deve essere condivisa con l’ufficio del pubblico ministero, che ha il compito di controllare l’attività della polizia e presentare accuse sui casi di omicidi commessi dalla polizia’”.

Ai primi di giugno, Amnesty International ha pubblicato il rapporto “Non c’è spazio per la violenza in questi Giochi!”, documentando come un mega evento sportivo come le Olimpiadi aumenta i rischi di violazioni dei diritti umani.

L’organizzazione ha lanciato un appello globale agli organismi che organizzano le Olimpiadi e alle autorità brasiliane chiedendo misure preventive per evitare ulteriori violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza.

La scorsa settimana, più di 120.000 firme raccolte in oltre 15 paesi sono state consegnate al Comitato organizzatore locale di Rio 2016 chiedendo una politica di sicurezza pubblica che rispetti e protegga i diritti umani.




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12 agosto 2016

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 non deve essere dimenticata

Il 2 agosto 1980, l’esplosione di una bomba alla stazione ferroviaria di Bologna, causò la morte di 85 persone. I due terroristi neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono stati riconosciuti, definitivamente, colpevoli di essere stati gli autori della strage.

Io credo che la strage di Bologna, soprattutto il 2 agosto, non debba essere dimenticata.

Pertanto ho ritenuto opportuno riportare una parte di quanto scritto su “Wikipedia”, relativamente a quanto avvenuto quel 2 agosto 1980.

“ll 2 agosto 1980 alle 10,25, nella sala d’aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, venne fatto esplodere e causò il crollo dell’ala ovest dell’edificio.

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta ‘compound B’, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina a uso civile).

L’esplosivo, di fabbricazione militare, era posto nella valigia, sistemata a circa 50 centimetri d’altezza su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala ovest, allo scopo di aumentarne l’effetto.

L’onda d’urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investì anche il treno Ancona-Chiasso, che al momento si trovava in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, ed il parcheggio dei taxi antistante l’edificio.

L’esplosione causò la morte di 85 persone e il ferimento o la mutilazione di oltre 200.

La città reagì con orgoglio e prontezza: molti cittadini, insieme ai viaggiatori presenti, prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono ad estrarre le persone sepolte dalle macerie e, immediatamente dopo l’esplosione, la corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna, su cui si trova la stazione, fu riservata alle ambulanze e ai mezzi di soccorso. Dato il grande numero di feriti, non essendo tali mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono anche autobus, in particolare quello della linea 37, auto private e taxi.

Al fine di prestare le cure alle vittime dell’attentato, i medici e il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le festività estive, furono riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti. L’autobus 37 divenne, insieme all’orologio fermo alle 10,25 (anche se fu rimesso in funzione, e fermato successivamente), uno dei simboli della strage .

Di una delle vittime (la ventiquattrenne Maria Fresu) non venne ritrovato il corpo. Soltanto il 29 dicembre 1980, fu accertato che alcuni resti ritrovati sotto il treno diretto a Basilea appartenevano a lei. Evidentemente ella si era trovata così vicino alla bomba che il suo corpo fu completamente disintegrato dall’esplosione.

Nei giorni successivi, la centrale piazza Maggiore ospitò imponenti manifestazioni di sdegno e di protesta da parte della popolazione e non furono risparmiate accese critiche e proteste rivolte ai rappresentanti del governo, intervenuti il giorno 6 ai funerali delle vittime celebrati nella basilica di San Petronio.

Gli unici applausi furono riservati al presidente Sandro Pertini, giunto con un elicottero a Bologna alle 17,30 del giorno della strage, che in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: ‘Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia’”.




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31 luglio 2016

Carceri, tornano a crescere i detenuti. Cosa fare per diminuirli?

L’associazione Antigone ha presentato il pre-rapporto 2016 sulla situazione delle carceri italiane. Dal rapporto emerge, tra l’altro, che i numeri della popolazione detenuta tendono a salire di nuovo, dopo un paio di anni di decrescita. E lo fanno essenzialmente nella quota che riguarda i detenuti in custodia cautelare.

Secondo gli estensori del rapporto, i numeri salgono a legislazione invariata e nonostante non crescano i numeri delle denunce pervenute all’autorità giudiziaria.

La crescita della popolazione detenuta – dovuta principalmente all’aumento degli stranieri, in particolare nella fase del primo giudizio – è dunque l’esito dell’operato delle forze di Polizia e della magistratura più orientato al ricorso al carcere rispetto agli anni precedenti.

Probabilmente c’è più leggerezza nell’uso della custodia cautelare ritenendo meno grave la condizione di affollamento delle carceri.

I principali contenuti del rapporto e le considerazioni formulate relativamente ad essi, sono inseriti in un comunicato emesso dalla stessa associazione Antigone.

E come si potrebbe ottenere, nel breve periodo, un riduzione del numero dei detenuti?

Attraverso una riduzione dell’impatto della custodia cautelare, attraverso la concessione di misure alternative per chi ha meno di tre anni di carcere da scontare, attraverso un uso ridotto dello strumento disciplinare che incide negativamente sugli sconti di pena, attraverso una nuova disciplina delle droghe.

Esaminando più nel dettaglio i dati del rapporto, si può rilevare che al 30 giugno 2016 i detenuti erano 54.072. In un anno i detenuti sono cresciuti di 1.318 unità. Erano infatti 52.754 alla stessa data del 2015. La capienza regolamentare secondo il Ministero della Giustizia è pari a 49.701 posti.

Al 30 giugno 2016 erano 9.120 i detenuti in attesa di primo giudizio. Erano 8.878 al 30 giugno 2015.

4.566 i detenuti appellanti, contro i 4.618 del 30 giugno 2015. 3.841 i ricorrenti in Cassazione al 30 giugno 2016, contro i 3.107 di un anno prima 1.381 erano i detenuti con più posizioni giuridiche contemporanee, contro i 1.227 dell’anno precedente.

Complessivamente erano 18.908 i detenuti in custodia cautelare, pari al 34,9% della popolazione detenuta. Al 30 giugno del 2015 erano 17.830, pari al 33,7% della popolazione reclusa. Dunque vi è stata una crescita dell’1,2%.

E’ qui la spiegazione della crescita globale della popolazione detenuta nell’anno trascorso: crescono i presunti innocenti.

Inoltre, al 30 giugno 2016 erano 23.850 le persone in misura alternativa. Erano 23.377 un anno prima. I numeri delle misure alternative crescono lievemente, come hanno fatto anche negli anni precedenti, ma rimangono tuttavia troppo bassi rispetto alle potenzialità.

E quasi 20.000 detenuti potrebbero andare in misura alternativa. Infatti 19.812 detenuti devono scontare una pena residua inferiore ai tre anni e dunque potrebbero accedere (almeno una parte di essi) alle misure alternative. In termini percentuali, il 56,2% dei detenuti condannati in via definitiva deve scontare una pena breve facilmente sostituibile con una misura diversa dal carcere.

Alla data del 30 giugno i detenuti stranieri erano 18.166, rappresentativi del 33,5% della popolazione reclusa. L’anno precedente gli stranieri ristretti erano 17.207, ovvero il 32,6% del totale dei detenuti. I detenuti in totale sono cresciuti in un anno di 1.318 unità.

Gli stranieri hanno contribuito notevolmente a tale crescita. I detenuti stranieri in più rispetto al 2015 sono infatti pari a 959 unità, così rappresentando il 72,7% della crescita totale.

Poi, secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, a oggi il 2016 ha visto 23 suicidi nelle carceri italiane. Nell’intero 2015 i suicidi in carcere erano stati 43.

Fra gli italiani, i detenuti di origine campana sono i più rappresentati, pari a 9.847, seguiti dai 7.011 siciliani e dai 3.885 pugliesi. Solo 14 i valdostani, 70 i molisani e 90 i trentini.

Crescono a 1.673 gli ergastolani, di cui solo 98 stranieri. Erano 1.603 l’anno precedente.

18.941 sono le persone detenute per violazione della legge sugli stupefacenti. Erano 629 in meno l’anno precedente. Se fosse approvata la proposta di legge dell’integruppo “Cannabis legale” molte di queste sarebbero scarcerate.

Le detenute madri con figli a seguito sono 39 di cui 24 straniere. 43 i bambini sotto i 3 anni in carcere con le loro mamme. Erano 33 le mamme e 35 i bambini il 30 giugno del 2015.

Nella parte di popolazione detenuta per la quale l’indagine è stata effettuata (per quasi la metà non ci sono dati al proposito), 514 erano i detenuti laureati al 30 giugno 2016, ma i tassi di alfabetizzazione sono ancora molto bassi. 16.203 avevano un diploma di scuola media inferiore mentre 5.720 solo un diploma di scuola elementare. 1.103 i detenuti senza alcun titolo di studio e addirittura 593 gli analfabeti.

Erano addirittura 689 gli ultrasettantenni che ipoteticamente potrebbero avere la detenzione domiciliare.

Rispetto a chi è nel sistema penitenziario si calcola che oltre il 50% dei detenuti assume terapie farmacologiche per problemi psichiatrici. La normativa prevede la creazione di appositi servizi di assistenza psichiatrica in carcere e l’apertura di reparti di “Osservazione psichiatrica”, sezioni specializzate nell’osservazione e nella cura dei detenuti affetti da patologie psichiatriche per stabilire la loro compatibilità con il regime penitenziario.

Antigone ha avviato una attività di osservazione specifica rilevando una situazione molto critica.

Lo strumento del trasferimento in un “reparto psichiatrico” è utilizzato in modo indebito e poco trasparente. In generale, si ha la percezione che questi reparti vengano usti come “valvole di sfogo” per ospitare (e contenere) detenuti problematici (ma senza patologie psichiatriche conclamate) che hanno problemi di convivenza nelle sezioni ordinarie.




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