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15 maggio 2012

Troppi farmaci ai bambini

58 bambini su 100 assumono almeno un farmaco l'anno. Il 76% delle prescrizioni al Sud, il 48% riguarda antibiotici, il 26% antiasmatici. Tra i bambini di 1 anno, 7 su 10 sono stati trattati con antibiotici. Questi dati sono contenuti nel rapporto “Arno bambini”, realizzato dal Cineca (Consorzio interuniversitario Bologna). Il presidente della Sip (società italiana di pediatria) Alberto Ugazio ha dichiarato: “L'uso esteso di antibiotici è alla base delle resistenze batteriche che stanno letteralmente bruciando i medicinali sui quali un tempo potevamo far conto per il trattamento di un gran numero di malattie infettive”.

I principali contenuti del rapporto citato si possono conoscere leggendo un articolo pubblicato su www.superabile.it.

Cosi inizia l’articolo in questione:

“Almeno un farmaco l'anno per 58 bambini su 100: è ‘pioggia’ di prescrizioni farmacologiche in età prescolare, con notevoli differenze tra Nord (46%) e Sud (76%).

Trattati soprattutto i maschietti sotto l'anno di età (69% contro il 65% femmine). Ad ogni bambino si prescrivono mediamente 2,7 confezioni di medicinali (senza contare i farmaci da automedicazione).

Sono alcuni dei dati che emergono dal rapporto ‘Arno bambini’, realizzato dal Cineca (Consorzio interuniversitario Bologna), presentati agli specialisti riuniti a Roma per il 68° congresso nazionale della Società Italiana di Pediatria.

Secondo l'analisi in testa ci sono gli antibiotici, ma il maggior aumento riguarda gli antiasmatici.

Il 96% delle prescrizioni riguarda tre classi di farmaci: antibiotici (48%,) antiasmatici (26%) e corticosteroidi (8,6%), con un picco nella fascia d'età di un anno: quasi 7 su 10 sono stati trattati con un antibiotici (66,2%) e più di 4 su 10 con antiasmatici (42,2%).

Se si considera il trend degli ultimi dieci anni si nota una leggera diminuzione degli antibiotici e una crescita degli antiasmatici passati dal 22,1 al 25,5%, spiegabile con la crescita esponenziale delle malattie respiratorie e allergiche”.

In occasione della presentazione del rapporto sono state rilasciate alcune dichiarazioni.

“L'uso esteso di antibiotici – ha spiegato il presidente della Sip, Alberto Ugazio è alla base delle resistenze batteriche che stanno letteralmente bruciando, i medicinali sui quali un tempo potevamo far conto per il trattamento di un gran numero di malattie infettive.

Rispetto al primo rapporto di tredici anni fa, cresce l'uso di antisecretivi (antiH2 e PPI), utilizzati nella pratica pediatrica per i sintomi del reflusso gastroesofageo, il cui incremento negli ultimi dieci anni è stato di oltre 2 volte e mezzo passando dal 2 al 6 per mille”.

Marisa Del Rosa del Cineca ha aggiunto “Probabilmente gioca un ruolo l'ansia dei genitori esercitata sul curante, visto che i sintomi della malattia da reflusso troverebbero una risoluzione spontanea entro il primo anno di vita.

Gli stili di vita frenetici sono molto probabilmente la causa dell'uso improprio di antidiarroici, in genere utilizzati per le infezioni intestinali, frequenti in età prescolare, per cui basterebbero soluzioni reidratanti.

Gli antidiarroici rispondono al bisogno delle famiglie di velocizzare il rientro del bambino al nido o alla materna.

Per quanto riguarda la spesa media pro capite, va segnalata una riduzione grazie al maggior uso degli equivalenti che oggi coprono il 42% della spesa farmaceutica totale, con punte massime per gli antibiotici (77%). Per ogni bambino si spendono in farmaci in media 36 euro l'anno contro i 39 euro di 13 anni fa”.

L’unico dato positivo, considerando le notevoli difficoltà che contraddistinguono il bilancio pubblico italiano, è rappresentato dalla riduzione della spesa media pro capite. Non è certo positivo, invece, il consistente aumento dei farmaci prescritti ai bambini in età prescolare. Particolarmente preoccupante mi sembra la crescita dell’uso di antibiotici. La Sip ha fatto più che bene quindi a presentare quel rapporto. Ma i pediatri italiani dovrebbero andare oltre. Se considerano eccessivo - del resto le parole del loro presidente sono piuttosto chiare a tale proposito - soprattutto il consumo di determinati farmaci, dovrebbero porsi il problema di come loro stessi devono comportarsi per contenere, quanto meno, la diffusione di quel fenomeno. E’ vero che giocano un ruolo importante anche le pressioni dei genitori. Ma quei farmaci vengono generalmente prescritti dai pediatri, in misura minore da altri medici. La Sip pertanto, a mio giudizio, dovrebbe invitare, ancora di più di quanto non abbia fatto fino ad ora, i propri iscritti a ridurre le prescrizioni dei farmaci in questione.




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13 maggio 2012

Dall'inizio dell'anno per la cassa integrazione 2.600 euro in meno per lavoratore

E’ stato reso noto il rapporto di aprile sul ricorso alla cassa integrazione, frutto di elaborazioni delle rilevazioni Inps, da parte dell'osservatorio Cassa integrazione guadagni del dipartimento settori produttivi della Cgil nazionale. Principali risultati: oltre 322 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate da inizio anno, con un trend che mira al miliardo di ore anche per il 2012, per un totale di 470.000 lavoratori a zero ore coinvolti che, da gennaio, hanno subìto un taglio nel salario per 1,2 miliardi di euro, pari a 2.600 euro per ogni singolo lavoratore.

Sono indubbiamente preoccupanti i dati forniti dall’osservatorio della Cgil. E ciò risulta  ancora più evidente esaminando i contenuti del comunicato emesso dal sindacato di Corso Italia. 

“Anche per questo 2012, quindi, il quarto anno consecutivo di crisi, ‘la cassa integrazione si avvia ad attestarsi attorno al miliardo di ore autorizzate’, osserva il segretario confederale, responsabile Industria, Elena Lattuada, sottolineando come il dato del primo quadrimestre sia perfettamente in linea con lo scorso anno.

Per la sindacalista ‘si continua a registrare costantemente uno stillicidio di dati negativi che indicano uno stato di profondissima crisi e di inesorabile declino del settore industriale. Una deriva sempre più insostenibile - nota Lattuada -: senza ripresa questi dati peggioreranno tirandosi dietro disoccupazione e desertificazione industriale. Bisogna dare risposte al profondo malessere sociale rimettendo al centro il lavoro’.

Nel dettaglio dell’analisi della Cgil, il ricorso alla Cassa integrazione ad aprile è stata di 86.160.529 di ore per un -13,60% su marzo. Nel primo quadrimestre sono state già autorizzate 322.852.539 con una ininfluente riduzione sullo stesso periodo del 2011 del -0,02%.

Il rapporto della Cgil sottolinea come ‘la richiesta di Cig è sopra la media degli ultimi dodici mesi: le ore di Cig azzerano dall'inizio dell'anno 470.000 posizioni di lavoro ma coinvolgono mediamente 940.000 persone con un'incidenza di Cig per occupato nell'industria pari a 46 ore per dipendente’.

Sezionando gli strumenti di Cassa emerge che il ricorso alla Cassa integrazione ordinaria (Cigo) ad aprile si riduce di un -4,02% sul mese precedente per un monte ore pari a 27.234.553. Nei primi quattro mesi del 2012 il totale delle ore di Cigo è stato di 101.059.532 con un aumento sullo stesso periodo dello scorso anno del +26,54%. La Cigo, spiega l'analisi di corso d'Italia, ‘torna così ad aumentare in tutti i settori, anno su anno, tranne l'edilizia: non è un buon segnale per l'andamento di questo settore alla luce della corrispondente crescita di ore per la Cassa straordinaria e quella in deroga’.

La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria (Cigs) per lo scorso mese diminuisce su marzo del -11,28% per un totale ore pari a 29.930.151. Le ore registrate nel periodo gennaio-aprile (110.829.526) segnano un -18,60% sullo stesso periodo dell'anno passato.

‘Professionisti, artisti, scuole private, istituti di vigilanza, case di cura private, e altro ancora: sono queste le attività che sopportano il 51% del totale delle richieste e autorizzate di Cigs. Mentre il commercio al minuto subisce una richiesta sostenuta in questi quattro mesi del +40%’, spiega il rapporto.

Infine la cassa integrazione in deroga (Cigd) con le sue 28.995.704 ore di aprile diminuisce sul mese precedente del -22,91%, mentre il dato del quadrimestre, pari a 110.963.481 ore autorizzate, segna un aumento del +3,79% sullo stesso periodo del 2011.

I settori che presentano un maggiore volume di ricorso alla Cigd in questi quattro mesi sono quello del commercio con 39.937.757 ore (+31,16%) - pari al 36% del totale delle ore di Cigd - e il meccanico con 21.886.999 (-31,88%)…

Prosegue ad aprile la diminuzione del numero di aziende che fanno ricorso ai decreti di Cigs. Da gennaio sono state 1.773 per un -29,84% sullo stesso periodo del 2011 e riguardano 3.135 unità aziendali (-17,76%).

Diminuisce il ricorso per crisi aziendale (985 decreti per un -38,90%) ma rappresenta il 55,56% del totale dei decreti, così come frena il ricorso al fallimento (114 domande per un -32,94%).

Mentre aumentano le domande di ristrutturazione aziendale (82 per un +28,13%), pari al 4,62% del totale, e le domande di riorganizzazione aziendale (95 per +6,74%%), ovvero il 5,36% del totale.

Insomma, sottolinea il rapporto, ‘i percorsi di reinvestimento e di rinnovamento strutturale migliorano, anche se con una tendenza a calare rispetto all'andamento registrato nei mesi passati, ma continuano ad essere una percentuale bassa’, solo il 9,98% del totale dei decreti.

E' la Lombardia la regione che, ancora una volta, registra il ricorso più alto alla cassa integrazione. L'analisi della Cgil segnala infatti che sono 76.165.681 le ore registrate da inizio anno, che corrispondono a 110.706 lavoratori (prendendo in considerazione le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il Piemonte con 38.421.138 ore di Cig autorizzate per 55.845 lavoratori mentre è terza, e ovviamente prima per le regioni del centro, il Lazio con 29.806.575 ore che coinvolgono 43.324 lavoratori. Infine nel Mezzogiorno è la Puglia la regione dove si segna il maggiore ricorso alla cig con 17.487.259 ore per 25.418 lavoratori.

E’ la meccanica il settore in cui si conta ad aprile per l'ennesima volta il ricorso più alto allo strumento della cassa integrazione. Secondo il rapporto della Cgil, infatti, sul totale delle ore registrate ad aprile, la meccanica pesa per 102.129.472, coinvolgendo 148.444 lavoratori (prendendo come riferimento le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il settore del commercio con 47.606.172 ore di Cig autorizzate per 69.195 lavoratori coinvolti e l'edilizia con 32.187.506 ore e 46.784 persone.

Considerando un ricorso medio alla Cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (9 settimane), sono coinvolti da inizio anno 938.525 lavoratori in Cig. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 17 settimane lavorative, si determina un’assenza completa dall’attività produttiva per 469.262 lavoratori, di cui 160.000 in Cigs e altri 160 mila in Cigd.

Continua così a calare il reddito per migliaia di cassintegrati: dai calcoli dell’osservatorio Cig, si rileva come i lavoratori parzialmente tutelati dalla Cig abbiano perso nel loro reddito 1,2 miliardi di euro, pari a 2.600 euro per ogni singolo lavoratore.

I dati forniti dalla Cgil relativamente alla cassa integrazione rappresentano l’ulteriore dimostrazione che siamo ancora nel pieno della crisi economica, crisi che si caratterizza anche come forte crisi occupazionale. E dimostrano, ancora una volta, quanto sia necessaria una politica economica volta ad accrescere considerevolmente il numero degli occupati. Non si può continuare, invece, a portare avanti una politica economica che persegua come obiettivo prioritario, quasi esclusivo, un eccessivo rigore fiscale.




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11 maggio 2012

Le responsabilità dell'Eni per il disastro ambientale nel delta del Niger

Amnesty International si sta occupando dei notevoli problemi ambientali che caratterizzano il territorio del delta del fiume Niger, in Nigeria. Questo territorio è ricco di enormi giacimenti di petrolio che da decenni generano ricavi per miliardi di dollari, a favore di poche multinazionali, mentre la maggior parte della popolazione vive in estrema povertà. Le attività estrattive di Shell, Eni e Total hanno contaminato la terra, l'acqua e l'aria mettendo a rischio la salute e il diritto a un ambiente sano, a condizioni di vita dignitose, al cibo, all'acqua pulita e a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro.

 

E secondo Amnesty le aziende citate devono al più presto bonificare tutte le zone inquinate nel delta del Niger e il governo della Nigeria deve rendere più stringente la regolamentazione dell'industria petrolifera.

 

Amnesty International ha, a tale proposito, realizzato un appello, rivolto all’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, che è possibile firmare visitando il sito www.amnesty.it.

 

Nel testo dell’appello sono formulate precise richieste e si descrive con precisione la situazione che si sta verificando, da diversi anni ormai, nel territorio del delta del Niger.

 

Si legge fra l’altro nell’appello:

 

“Siamo seriamente preoccupati per l'impatto che le attività petrolifere di Eni stanno avendo sull'ambiente e sui diritti umani della popolazione del delta del Niger, in Nigeria.

Le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti gestiti da Agip continuano ad essere un fenomeno ricorrente e hanno contaminato la terra, le falde acquifere, le paludi e i fiumi dai quali le comunità traggono l'acqua per tutte le esigenze della vita quotidiana. Le conseguenze delle fuoriuscite sono inoltre talvolta aggravate dal verificarsi di incendi e da ritardi nella bonifica dei siti inquinati.

Nei siti produttivi di Agip è inoltre ancora presente il fenomeno del gas flaring a causa del quale gli abitanti sono costretti a vivere con una polvere nera che si deposita sulle case, sui vestiti e sugli alimenti e in molti lamentano problemi di salute, per effetto degli agenti nocivi e cancerogeni sprigionati da tali torce. La qualità di vita viene inoltre compromessa dal rumore delle torce di gas nonché dall'odore acre e dall'illuminazione che esse producono nell'area circostante ventiquattr'ore su ventiquattro.

Sebbene l'Eni dichiari da anni di essere impegnata nella realizzazione di iniziative volte a una riduzione del fenomeno del gas flaring, anche attraverso l'utilizzo del gas associato all'estrazione petrolifera per la produzione di energia elettrica, annunciando ripetutamente l'obiettivo di diventare la prima compagnia petrolifera a porre termine a tale pratica in Nigeria, presso gli impianti di Agip il fenomeno del gas flaring è tuttora una realtà.

 

Inoltre, sebbene Eni affermi di essere impegnata a contribuire a mitigare le grandi diseguaglianze in termini di accesso all'energia elettrica nei paesi in cui opera, diverse comunità del delta del Niger residenti in prossimità dei suoi stabilimenti estrattivi e produttivi continuano a lamentare il fatto di non disporre di elettricità…

Per questi motivi, Le chiediamo di dichiarare pubblicamente l'impegno di Eni a intraprendere una revisione dell'impatto di tutti i progetti relativi al petrolio e al gas sui diritti umani, assicurando una piena consultazione e un'adeguata informazione alle comunità colpite e rendendone pubblici i risultati.

Le chiediamo di assicurare che Eni intraprenda una bonifica di tutte le zone inquinate consultando le comunità locali, le autorità di monitoraggio e rendendo note le informazioni con regolarità.

La sollecitiamo inoltre a rendere pubblici i rapporti d'indagine e i dati di ogni fuoriuscita di petrolio che avviene nelle aree in cui opera.

Relativamente alla pratica illegale del gas flaring, tuttora attiva in alcuni degli impianti di Eni, Le chiediamo urgentemente che l'azienda vi ponga fine…”.

 

A me sembra che il comportamento dell’Eni nel territorio del delta del Niger sia inaccettabile. Condivido tutte le richieste contenute nell’appello, che invito a firmare. Ritengo comunque che vi debba essere anche una presa di posizione precisa da parte del governo (vorrei ricordare che l’Eni è una società di cui lo Stato è l’azionista di maggioranza) che recepisca le richieste di Amnesty International e nell’ambito della quale si proponga all’Eni di accoglierle. Il governo lo può fare, anzi lo deve fare.




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10 maggio 2012

Perugia come Chicago?

Martedì sera in pieno centro storico di Perugia si sono verificati dei ripetuti scontri tra bande contrapposte, sembra tunisini da una parte e albanesi dall’altra, per contrasti connessi allo spaccio di sostanze stupefacenti. Un uomo accoltellato, alcuni spari, e soprattutto il centro storico del capoluogo della regione Umbria in balìa di quanti si sono resi protagonisti di questa notte di vera e propria follia.

 

Quanto avvenuto martedì sera a Perugia, città di circa 170.000 abitanti, non si era mai verificato e di conseguenza ha provocato grandi preoccupazioni sia fra i cittadini ma anche fra i rappresentanti delle istituzioni.

 

Io sono residente in Umbria, anche se lontano da Perugia, e, onestamente trovo ingiustificato lo stupore di molti abitanti di questa città.

 

Infatti una vicenda, come quella che si è verificata alcuni giorni or sono, poteva avvenire anche molti mesi prima, in considerazione soprattutto della notevole diffusione dello spaccio di sostanze stupefacenti che contraddistingue, da molto tempo ormai, il centro storico di Perugia.

 

Il centro storico di Perugia viene infatti considerato una delle zone più importanti, nel centro Italia, dal punto di vista dello spaccio. In un’inchiesta recentemente realizzata da La7 si sosteneva, giustamente, che, nelle notti perugine, non solo non si ha alcuna difficoltà nell’individuare gli spacciatori ma sono quest’ultimi a proporre a quanti transitano nelle vie del centro storico l’acquisto di sostanze stupefacenti.

 

Situazione questa ben nota ma che dopo un programma trasmesso da La7, poiché fu resa nota a livello nazionale, destò a livello locale diverse polemiche, anche con accuse rivolte ai curatori del programma di aver evidenziato solo uno degli aspetti caratteristici di Perugia, trascurando altri aspetti ben più positivi.

 

Gli osservatori più avvertiti presero spunto da quanto esposto nel programma televisivo da un lato per riflettere meglio sui motivi che hanno fatto diventare Perugia uno dei principali centri di spaccio a livello nazionale e dall’altro per rilevare la necessità di promuovere interventi più incisivi, da parte delle forze dell’ordine ma non solo, per contrastare la crescente ed estesa diffusione dello spaccio.

 

Non sembra proprio che le sollecitazioni ad intervenire con maggiore efficacia abbiano avuto un qualche esito, se si tiene presente quanto avvenuto martedì sera.

 

E dopo le vicende di martedì sera di nuovo tante chiacchiere, spesso venate da atteggiamenti che non possono non essere definiti razzisti, ma che non servono a nulla se si intende davvero migliorare la situazione.

 

Per comprendere meglio i motivi che hanno scatenato la notte di follia a Perugia si può leggere quanto scritto in un articolo pubblicato su www.umbria24.it:

 

“…Debiti di droga. Perugia in mano ai delinquenti. Perugia che fa paura. Perugia sottomessa alle regole della droga. Perché tutto proviene da debiti di droga. Il tunisino accoltellato sarebbe stato punito in maniera esemplare per non aver pagato una partita di stupefacente presa dai grossisti albanesi. Ma i suoi connazionali non sono stati a guardare, e quei bastoni, celati sotto gli occhi della movida perugina, erano pronti per essere usati. E puntualmente sono stati usati…”.

 

E le dichiarazioni dei rappresentanti delle istituzioni non sono mancate, in primis quelle del sindaco Boccali che per l’occasione ha assunto un po’ le vesti di “sceriffo”, togliendo la scena alle forze dell’ordine, e le cui dichiarazioni sono risultate essere, in qualche caso, discutibili. E’ di nuovo utile fare riferimento ad un articolo pubblicato su www.umbria24.it:

 

 “Un presidio fisso del reparto mobile in centro e ordinanze mirate nei confronti di chi aiuta i delinquenti in qualsiasi modo. E’ questa la prima risposta del sindaco Boccali all’episodio di violenza e devastazione avvenuto nel centro di Perugia martedì sera.

 

Si è presentato davanti ai giornalisti per dire alla città che ‘adesso basta con questa feccia’, parlando dei delinquenti. Ma anche tradendo un certo senso di impotenza, palesato in una richiesta di intervento del ministro dell’Interno in persona.


Le prime parole ‘La scorsa notte - ha detto Boccali - nel centro storico di Perugia è accaduto l’intollerabile, perché è intollerabile che le bande che avvelenano con la droga la città pensino di regolare i loro conti a coltellate e perfino con colpi d’arma da fuoco seminando il panico, costringendo la gente a barricarsi in casa, distruggendo tutto quello che si incontra per la strada.

 

Dobbiamo registrare, nonostante gli sforzi di polizia, carabinieri, guardia di finanza, una escalation della violenza e soprattutto dell’arroganza e del senso di impunità dei criminali. Quella di ieri notte è stata una dichiarazione di guerra alla città e la città deve essere difesa. Evidentemente quanto è stato fatto fino ad ora non basta. E’ ora che Perugia sia bonificata con una azione decisiva che spazzi via questa feccia’...

 

‘Noi continueremo a fare il nostro ma la garanzia della sicurezza spetta alle forze dell’ordine in primis. Fanno già tanto ma non basta. Col questore, il prefetto e il comandante dei carabinieri sono in costante contatto e a loro ho ribadito quanto chiediamo da mesi’.

 

Il sindaco ha riferito che una condizione posta dall’allora ministro Maroni per la firma del patto per la sicurezza era che ‘non dovevamo chiedere più uomini, altrimenti non firmavano’…

 

Boccali ha annunciato di aver chiesto ora un incontro urgente al nuovo ministro dell’Interno, Rosanna Cancellieri.

 

Nel corso di una conferenza stampa, il primo cittadino ha spiegato di aver chiamato stamane il gabinetto del ministro. Il sindaco ha spiegato che affiderà al presidente dell’Anci Del Rio una lettera da consegnare personalmente al ministro Cancellieri nel corso di un incontro in calendario giovedì…”.

 

Io credo che anche il sindaco di Perugia sia inadempiente, al di là dello scarso impegno profuso dal precedente ministro dell’Interno Maroni. E aggiungo che mi sembra inadempiente un po’ tutta la città di Perugia. Peraltro alcune componenti della società perugina, come dimostrato nel corso del programma televisivo più volte citato, si sono avvantaggiate, dal punto di vista economico, dalla presenza di numerosi spacciatori tunisini. Nel programma televisivo si faceva riferimento agli avvocati, e poi ai proprietari delle abitazioni che, senza stipulare alcun contratto di affitto, hanno consentito l’utilizzo da parte degli spacciatori di numerose case situate nel comune di Perugia, spuntando canoni di affitto molto elevati. Io ritengo che il problema rappresentato dalla notevole diffusione dello spaccio di sostanze stupefacenti nel nostro capoluogo di regione sia stato ampiamente sottovalutato, soprattutto da quanti hanno il potere di prendere i provvedimenti più opportuni. E i risultati di questa sottovalutazione si sono visti martedì sera. L’auspicio è che ora si intervenga molto più seriamente di quanto avvenuto fino ad ora, senza indulgere però in atteggiamenti da “sceriffi”, con più o meno evidenti venature razziste, atteggiamenti che non servono a niente e che anzi potrebbero anche peggiorare la situazione.




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8 maggio 2012

In Toscana la cannabis utilizzabile contro il dolore

In Toscana è stata approvata a maggioranza la proposta di legge che consente nella regione l’uso dei farmaci cannabinoidi per combattere il dolore, nelle cure palliative e in alcuni tipi di terapie. Quella toscana è la prima legge regionale che favorisce l’utilizzo per uso terapeutico di farmaci cannabinoidi.

 

Quanto avvenuto nel consiglio regionale della Toscana è descritto in un articolo pubblicato su www.reset-italia.net:

 

“Il consigliere Enzo Brogi del Pd ha dichiarato ‘Questa legge era stata fortemente voluta anche dalla nostra collega Alessia Ballini, che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza dell’illegalità dei farmaci a base di cannabinoidi, che l’aiutavano nell’affrontare la malattia e le conseguenze delle cure chemioterapiche’.

 

‘Si tratta di un testo importante, anche se probabilmente ancora perfettibile’ – prosegue Brogi – ‘dato che è la prima legge di questo tipo in Italia e potrebbe diventare un punto di riferimento anche per altre regioni, visto che, abbattendo un muro privo di fondamento scientifico, apre all’utilizzo dei farmaci cannabiniodi, richiesto a gran voce da tante persone che necessitano di tali farmaci’.

 

Le newsletter della Provincia di Firenze e della Regione Toscana oggi danno ampio spazio al tema, anche sotto il profilo meramente tecnico, che riportiamo integralmente.


Una legge per disciplinare, sotto il profilo organizzativo e procedurale, l’utilizzo dei farmaci cannabinoidi come ausilio terapeutico all’interno del servizio sanitario regionale, per combattere il dolore, nelle cure palliative e anche in altri tipi di terapie…

 

Come si legge nella relazione che accompagna la proposta di legge: ‘L’efficacia farmacologica dei cannabinoidi si fonda su acquisizioni scientifiche, sperimentazioni e pratiche cliniche sempre più diffuse a livello mondiale’.

 

Nel preambolo della legge sono indicati i principali ambiti di cura e quelli in fase di studio: è oggi disponibile a livello scientifico una ‘compiuta valutazione dell’impiego clinico dei cannabinoidi nella cura del glaucoma, nella prevenzione dell’emesi, nel controllo di alcune spasticità croniche, come adiuvante nel controllo del dolore cronico neuropatico associato a sclerosi multipla, nel trattamento del dolore nei pazienti affetti da cancro.

 

Da sperimentazioni scientifiche risulterebbe inoltre che i cannabinoidi hanno proprietà di ridurre i dosaggi degli analgesici oppiacei, quali la morfina e i suoi analoghi, necessari a lenire il dolore nei malati oncologici sottoposti a trattamenti cronici, evitando così i fenomeni di assuefazione, caratteristici degli oppiacei’”.

 

Filomena Gallo, Marco Cappato, Josè De Falco, rispettivamente Segretario, Tesoriere e membro di giunta dell’Associazione Luca Coscioni, hanno rilasciato la seguente dichiarazione dopo l’approvazione della legge regionale in Toscana:

 

“Apprendiamo con soddisfazione dell'avvenuta approvazione da parte del Consiglio regionale della Toscana della prima legge regionale d’Italia volta a facilitare l'accesso per uso terapeutico ai farmaci cannabinoidi.

 

Infatti numerosi derivati naturali o di sintesi della cannabis hanno proprietà terapeutiche riconosciute per molte patologie tanto da risultare inseriti, fin dal 2007, nella tabella ministeriale che ne consente la prescrizione con ricetta medica.


Tuttavia, nella pratica quotidiana, l’assenza di protocolli attuativi regionali rende di fatto quasi impossibile per i pazienti accedere a tali farmaci, negando così a molti malati il legittimo diritto alla cura.


Per far fronte a questo vuoto normativo fin dal 2010 abbiamo redatto un progetto di legge scritto in collaborazione con le associazioni Pazienti impazienti cannabis, Cannabis terapeutica, che è stato depositato presso i consigli regionali dell' Emilia Romagna, del Lazio, della Liguria, della Lombardia, del Piemonte e del Veneto.


Da questa iniziativa ha avuto origine anche il processo legislativo in Toscana…

 

La vittoria di oggi, frutto del comune lavoro dell'associazionismo e delle responsabilità di tante forze politiche del consiglio regionale della Toscana, che si sono mosse accantonando ogni sterile ideologismo, ci spinge a raddoppiare gli sforzi per conseguire analoghi risultati nelle altre regioni d'Italia”.

 

L’approvazione in Toscana della legge regionale esaminata è un fatto estremamente positivo. Può essere considerata una vera e propria scelta di civiltà. Come già sottolineato, è auspicabile che, quanto prima, in tutte le altre regioni italiane, siano approvate leggi simili a quella toscana. E’ del tutto evidente infatti che le esigenze che hanno indotto a varare quella legge in Toscana sono valide in tutto il territorio nazionale. Non ci dovrebbero essere malati di serie A e di serie B, a seconda che abitino in una regione piuttosto che in un altro. Ma, considerando le opposizioni che si sono manifestate nel consiglio regionale toscano da parte dei rappresentanti del centrodestra, è probabile che occorrerà molto tempo per fare in modo che in tutta Italia si possano utilizzare i farmaci derivanti dalla cannabis a scopi terapeutici.




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6 maggio 2012

L'Imu è una tassa iniqua e deve essere cambiata

L’attenzione nei confronti delle imposte locali, in seguito soprattutto all’introduzione dell’Imu, è molto notevole, giustamente. Ci si avvicina infatti alla scadenza del 18 giugno, quando dovrà essere effettuato il primo pagamento. E le critiche riguardo a questa nuova imposta sugli immobili si diffondono sempre di più. Ci si sta accorgendo infatti che, rispetto a quanto avveniva con l’Ici, il prelievo fiscale a carico dei proprietari di immobili aumenterà notevolmente e non solo perché con l’Imu saranno di nuovo colpiti i proprietari delle prime case, le cosiddette abitazioni principali. E risulta sempre più evidente la sua iniquità. In un tale contesto quindi diventano ancora più interessanti i dati forniti dalla Cgia (confederazione degli artigiani) di Mestre, secondo la quale negli ultimi dieci anni il gettito delle tasse locali è aumentato dell’86% (questa percentuale considera anche il 2012 tenendo conto di alcune previsioni circa il gettito derivante dall’Imu).

In un comunicato emesso dalla Cgia di Mestre si può infatti leggere tra l’altro:

“Nel 2012 il gettito delle principali tasse locali in capo alle famiglie italiane sfiorerà i 35 miliardi di euro.

Ma ad impressionare ancor di più è la variazione di crescita del gettito registrata negli ultimi 10 anni: +86, 4%. Sempre nello stesso periodo di tempo, la crescita del carico fiscale locale su ciascuna famiglia italiana è aumentata del 69,3%.

A queste cifre è giunta la Cgia di Mestre che ha analizzato il gettito delle principali imposte locali che ha gravato nell’ultimo decennio sui bilanci delle famiglie italiane.

Le tre imposte prese in esame sono l’addizionale regionale Irpef, l’addizionale comunale Irpef e l’Ici/Imu.

La Cgia di Mestre stima che per l’anno in corso, in particolar modo per l’applicazione dell’Imu sulla prima casa e per l’aumento delle addizionali regionali Irpef, l’impennata sarà molto decisa: su ciascuna famiglia italiana peserà un carico fiscale locale aggiuntivo medio pari a 575 euro, che alzerà la quota totale sino a toccare un valore medio di 1.390 euro.

‘In buona sostanza - esordisce il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi - nel 2012 ciascuna famiglia italiana verserà alla sua Regione e al Comune di residenza un importo medio pari ad uno stipendio mensile.

Va sottolineato – prosegue Bortolussi – che questi risultati a cui siamo giunti sono sottostimati, visto che nel conteggio abbiamo mantenuto il gettito dell’addizionale comunale Irpef pari a quello incassato l’anno scorso. In realtà sappiamo benissimo che non sarà così, visto che per il 2012 molti Sindaci hanno deciso di rivederne all’insù l’aliquota’.

Peccato, prosegue la Cgia, che tutto ciò non abbia nulla a che vedere con il federalismo fiscale.

‘Avviato concretamente nella prima fase di questa legislatura - conclude Bortolussi - il federalismo fiscale è una riforma che dovrebbe essere ripresa in mano e portata a compimento.

Invece, prima di cancellarla dalla sua agenda politica, il Governo Monti ne ha modificato un tassello importante: l’Imu.

Inizialmente ne ha cambiato la metodologia di applicazione, poi ne ha anticipato di un anno l’entrata in vigore, con il risultato di favorire, in grande misura, le casse dello Stato centrale a svantaggio di quelle dei Comuni.

Risultato: obiettivo originario completamente rovesciato’”.

Le considerazioni di Bortolussi sono condivisibili. Mi soffermerò su quelle relative all’Imu. Le critiche che possono essere formulate nei confronti di questa nuova imposta sono diverse e non sono, peraltro, solo quelle rilevate da Bortolussi. Le sue critiche infatti sono essenzialmente due: l’Imu farà aumentare considerevolmente il gettito delle imposte locali, in linea con quanto avvenuto negli anni precedenti – e, aggiungo, in un periodo di forte recessione economica questo ulteriore incremento del gettito delle imposte locali aggrava la recessione – ed inoltre l’Imu è stata svuotata quasi completamente del suo contenuto federalista, in quanto metà del gettito derivante dall’Imu sulle seconde abitazioni e sulle attività economiche affluirà non alle casse dei Comuni ma direttamente allo Stato (peraltro i Comuni in seguito all’introduzione dell’Imu - il cui gettito ripeto andrà in parte allo Stato - si vedranno ridotti in misura abbastanza rilevante i trasferimenti statali). Ma queste non sono le sole critiche possibili. Se ne può aggiungere un’altra ad esempio: la notevole confusione generata tra i contribuenti i quali non sanno ancora quanto complessivamente dovranno pagare per l’Imu alla fine dell’anno perché il governo, alla luce dei pagamenti che saranno effettuati a giugno, si è riservato la possibilità di rivedere le cosiddette aliquote standard che sono per la prima casa il 4 per mille e per le seconda casa e gli immobili utilizzati per le attività economiche il 7,6 per mille, aliquote che potrebbero essere aumentate. Un’altra critica è la seguente: ancora una volta non si è voluto colpire in misura maggiore i grandi patrimoni personali (sarebbe stato possibile applicare in questo caso aliquote più elevate) cosa che avrebbe consentito di ridurre il prelievo a carico dei proprietari di piccoli patrimoni. Quindi l’Imu è anche un’imposta iniqua, che colpisce allo stesso modo sia i proprietari di piccoli patrimoni immobiliari sia i proprietari di grandi patrimoni. Per tutti questi motivi sono più che giustificate le critiche nei confronti dell’Imu e sarebbe necessario, prima delle ulteriori scadenze dei pagamenti, successive a quella del prossimo 18 giugno, che siano proposti dal governo ed approvati dal parlamento dei cambiamenti rilevanti rispetto all’attuale normativa che regola l’Imu, in modo tale da eliminare i diversi aspetti negativi che contraddistinguono questa nuova imposta.




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4 maggio 2012

Disoccupazione giovanile a un livello record. Facciamo qualcosa?

L’Istat ha “festeggiato” il 1° maggio, diffondendo il giorno successivo, i dati provvisori sugli occupati e i disoccupati, relativi al mese di marzo del 2012. Il dato più preoccupante è senza dubbio quello riguardante la disoccupazione giovanile. Infatti il tasso di disoccupazione, verificatosi per la popolazione con età compresa tra i 15 e i 24 anni, ha raggiunto il valore record del 35,9%, il valore più alto sia dall'inizio delle serie storiche mensili dell'Istat (gennaio 2004) sia di quelle trimestrali (quarto trimestre 1992).

 

Appena dopo la diffusione di questi dati è arrivata una precisazione da parte dello stesso Istat.

 

Così si legge, a tale proposito, in un comunicato emesso dall’Agi:

 

Non e' corretto affermare che ‘più di un giovane su tre è disoccupato’: sarebbe più corretto segnalare che ‘più di uno su tre dei giovani attivi è disoccupato’. Lo precisa l'Istat.

L'Istat spiega che ‘in base agli standard internazionali, il tasso di disoccupazione è definito come il rapporto tra i disoccupati e le forze di lavoro (ovvero gli ‘attivi’, i quali comprendono gli occupati e i disoccupati).

Se, dunque, un giovane è studente e non cerca attivamente un lavoro non è considerato tra le forze di lavoro, ma tra gli ‘inattivi’.

L'Istat spiega che per quanto riguarda il dato sulla disoccupazione giovanile diffuso oggi e relativo al mese di marzo 2012 va ricordato che i ‘disoccupati’ di età compresa tra i 15 e i 24 anni sono circa 600.000, cioè il 35,9% delle forze di lavoro di quell'età (come riportato nel comunicato stampa) e il 10,3% della popolazione complessiva della stessa età, nella quale rientrano studenti e altre persone considerate inattive secondo gli standard internazionali”.

La precisazione non può che essere considerata valida. Ma resta il fatto che il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto un valore mai verificatosi fino ad ora, almeno da quando l’Istat fornisce le serie storiche mensili e da quando diffonde quelle trimestrali.

Ed inoltre si conferma il fatto che la disoccupazione giovanile in Italia è più elevata che in altri paesi europei.

Io stesso scrissi in un articolo pubblicato su www.agoravox.it  il 7 gennaio 2012, facendo riferimento a dati relativi al novembre 2011, in cui mi occupavo della disoccupazione a livello europeo:

“La situazione peggiora notevolmente se si analizza la disoccupazione giovanile e, in particolar modo, peggiora per l’Italia.

Infatti non si è affatto arrestata la crescita della disoccupazione fra i giovani con meno di 25 anni, nell'Unione europea, con gli italiani al quinto posto fra coloro che hanno i tassi di disoccupazione più alti (30,1%), ma al di sotto del record spagnolo, dove un ragazzo su due è senza lavoro (49,6%).

Nel mese di novembre del 2011 nei 27 Stati membri la disoccupazione dei giovani è arrivata a quota 22,3% (contro il 22% di ottobre 2011 e il 21% di novembre del 2010).

Poco migliore il dato dell'eurozona, contraddistinta da un tasso del 21,7% a novembre 2011, rispetto al 20,6% di novembre del 2010.

Pertanto gli italiani a novembre dell'anno scorso si sono ‘piazzati’ al di sopra della media europea (30,1%), dopo Spagna (49,6%), Grecia (46,6% a settembre del 2011), Slovacchia (35,1%) e Portogallo (30,7%). Oltre la media Ue anche gli under 25 disoccupati francesi (23,8%), mentre a registrare i tassi più bassi sono gli under 25 tedeschi (8,1%), austriaci (8,3%) e olandesi (8,6%). Complessivamente, secondo Eurostat, rispetto al novembre del 2010 c'è stato un aumento di 335.000 giovani senza lavoro nell'Ue a 27 paesi e di 207.000 nell'Eurozona”.

Pertanto, nel commentare gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione, risultano condivisibili le valutazioni espresse da Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, riportate su www.tmcnews.it:

“‘Si sta creando una miscela esplosiva nel paese, tra aumento della disoccupazione, aumento delle tasse, blocco degli investimenti pubblici e privati’, ha sottolineato il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni.

‘Qui occorre una svolta nella politica economica, altro che spending review - prosegue - il 2012 si sta confermando l'anno più nero per la disoccupazione.

Nessuno sta facendo niente per i giovani. Vanno accelerati i tempi di approvazione della riforma del lavoro, senza alterare il difficile equilibrio raggiunto in particolare sulle tipologie contrattuali, semmai rafforzando, anche con una dotazione economica, gli interventi di politica attiva per favorire la collocazione e ricollocazione lavorativa, e va finalmente sbloccato il credito di imposta per le nuove assunzione al Sud’”.

Anche i giovani della Cgil hanno preso in esame i dati sulla disoccupazione giovanile, così come si riferisce su www.italiannetwork.it:

“‘Basta annunci e false promesse: una intera generazione è stata tagliata fuori dal lavoro e si troverà a pagare il conto di una crisi sempre più dura. Serve subito un piano di investimenti’.

Così in una nota i giovani della Cgil commentano i dati sulla disoccupazione giovanile diffusi dall'Istat, rilevando come il sindacato sarà in piazza giovedì 10 maggio ‘per ricordare al Governo che i giovani non possono essere solo un buon pretesto per ridurre i diritti sociali’...

Secondo i giovani del sindacato di corso d'Italia ‘i continui proclami di attenzione verso i giovani assumono un sapore amaro di fronte ai dati sulla disoccupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione giovanile cresce a livelli esponenziali: altro che equità intergenerazionale, una intera generazione è stata tagliata fuori’.

Per questo, osservano, ‘è necessario finirla con annunci e false promesse. Come noto l'occupazione non si crea con la riforma del mercato del lavoro, né tanto meno con i tagli alla spesa pubblica: sono urgenti misure specifiche per scongiurare la recessione.

Chiediamo un piano di investimenti per l'occupazione giovanile che scommetta sui settori innovativi, sulla salvaguardia dell'ambiente e del territorio, sulle tante competenze dei giovani costretti a fuggire all'estero’.

Temi che saranno al centro della giornata di mobilitazione promossa dalla Cgil per il 10 maggio - Precarietà: l'unico taglio giusto -.

‘Saremo in piazza per dire che i giovani non sono un buon pretesto per ridurre i diritti sociali. Vogliamo risposte effettive: investimenti, occupazione e una riforma del lavoro - concludono i giovani della Cgil - che contrasti davvero la precarietà ed estenda gli ammortizzatori sociali a tutti i coloro che ne sono esclusi’”.

Sono d’accordo con quanto sostenuto dai giovani della Cgil, soprattutto quando affermano “sono urgenti misure specifiche per scongiurare la recessione”. Il punto fondamentale è proprio questo, non è possibile pensare di ridurre la disoccupazione, e in primo luogo quella giovanile, se non si realizzano interventi volti a contrastare la recessione. Se il Pil continua a ridursi, non è affatto ipotizzabile che diminuisca la disoccupazione. E la disoccupazione deve diminuire in misura consistente. Non c’è dubbio che a questo proposito occorra una politica economica, volta a contrastare la recessione, varata dall’Unione europea e effettivamente praticata soprattutto dai paesi più importanti, a partire dalla Germania. E il governo italiano deve attivarsi affinchè che questa nuova  politica economica a livello europeo sia effettivamente promossa. Nel frattempo, comunque, il nostro governo può comunque, autonomamente, adottare interventi mirati appunto a combattere la recessione e a ridurre la disoccupazione. Fino ad ora questo non è avvenuto. Solo rigore fiscale, peraltro eccessivo. Intendiamo voltare pagina? E’, o meglio sarebbe, indispensabile.




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2 maggio 2012

Allarme per le coste italiane: a rischio più della metà dei litorali

In un dossier “Coste: il profilo fragile dell’Italia” diffuso dal Wwf, l’associazione ambientalista ha lanciato un vero e proprio allarme circa la preoccupante situazione che contraddistingue le coste italiane. I principali problemi? Erosione costiera, degrado, cementificazione selvaggia, inquinamento da terra e dal mare.

In sintesi cosa si sostiene nel dossier?

Lo si può evincere leggendo una parte di un comunicato emesso dall’agenzia Adnkronos:

“Un ‘profilo fragile’ lungo quasi 8.000 chilometri di litorali, ‘sommersi’ da un'ondata di pressioni e minacce - erosione costiera, degrado, cementificazione selvaggia, inquinamento da terra e dal mare - che nell'ultimo secolo ha già travolto e fatto sparire per sempre l'80% delle dune, eroso il 42% dei litorali sabbiosi e compromesso più del 50% delle nostre coste, interessate e spesso deturpate da agglomerati urbani, strade, porti, industrie e stabilimenti balneari, che accolgono 638 comuni costieri e quasi 18 milioni di persone, con una densità quasi doppia rispetto alla media nazionale (380 abitanti per kmq contro 200), tanto che oggi meno del 30% dei nostri litorali e' rimasto allo stato naturale…

E dopo il successo dell'edizione 2011 che ha permesso di salvare due nuovi boschi, il Wwf lancia la nuova campagna ‘Un mare di oasi per te’', una ‘sfida blu’ che nelle prossime tre settimane chiede l'aiuto degli italiani per proteggere tre preziose aree costiere in Sardegna, Puglia e Veneto, e trasformare questi delicati ecosistemi al confine tra la terra e il mare in nuovi baluardi di natura protetta che tutti potranno conoscere e frequentare.

Nelle prossime tre settimane, il Wwf racconterà lo stato dei nostri litorali attraverso approfondimenti, inchieste e iniziative speciali, e inviterà gli italiani a dare il proprio aiuto per realizzare il triplice obiettivo della campagna 2012: dare vita alla nuova oasi Wwf Scivu ad Arbus, in Sardegna, bonificare la spiaggia che costeggia la riserva naturale e oasi Wwf Le Cesine, nel Salento, in Puglia; riforestare e riqualificare le zone umide dell'oasi WWF Golena di Panarella, in Veneto, un paradiso di biodiversità alle porte del Delta del Po.

‘Tre aree - rileva il Wwf in una nota - che sono il simbolo delle tre tipologie di coste più importanti e allo stesso tempo più fragili: le dune, le zone umide e le foci dei fiumi, fondamentali sia per il loro valore di biodiversità e bellezza, sia per la nostra sicurezza perchè rappresentano veri e propri cuscinetti, determinanti nel caso dell'innalzamento del mare conseguente ai cambiamenti climatici’'.

‘I pochi chilometri di coste italiane che sono sopravvissuti alla mano dell'uomo conservano fragili ecosistemi di dune, spiagge, delta fluviali e boschi costieri popolati da migliaia di specie animali e vegetali, come fenicotteri, fratini, volpi, anfibi e tartarughe marine - ha detto Fulco Pratesi, presidente onorario del WWF Italia -.

Ma senza una quotidiana azione di tutela questi preziosi ritagli di natura rischiano di soccombere a un utilizzo sempre più sconsiderato del territorio e del mare’'.

‘Per questo, memori della grande mobilitazione che l'anno scorso ci ha consentito di salvare due nuovi boschi, ci appelliamo alla generosità degli italiani e al loro amore per il mare e la natura, per coinvolgerli in un nuovo ambizioso progetto di tutela che con l'aiuto di tutti potrà dare nuova vita a tre bellissime aree tra terra e mare, vitali, protette e aperte alla fruizione di tutti’... “.

L’iniziativa del Wwf mi sembra interessante e da sostenere. Spero però che sia soprattutto l’occasione per far conoscere il più possibile l’allarmante situazione delle coste italiane, già nota ma che il Wwf doverosamente ha ritenuto necessario evidenziare ancora, ed inoltre, e soprattutto, per stimolare il governo, e i partiti, a definire, od illustrare se già esistente, un progetto, comprensivo anche di interventi realizzabili nel breve periodo, tendente a migliorare lo stato di salute delle coste italiane. Un dubbio mi viene, a questo punto: ormai i buoi non sono tutti, o quasi tutti, usciti dalle stalle…?




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29 aprile 2012

30 anni dall'assassinio di Pio La Torre

Il 30 aprile 1982, fu assassinato Pio La Torre, a causa del suo forte impegno contro le mafie. Sono passati quindi 30 anni. I giovani probabilmente nemmeno lo conoscono e i meno giovani, almeno una parte, se lo sono dimenticati. Per questo ritengo opportuno ricordarlo e questo è anche il mio modo di festeggiare il 1° maggio, poiché La Torre è stato anche un dirigente della Cgil e fu molto attivo nel movimento dei contadini che, agli inizi degli anni ’50 si battè, in Sicilia, per l’occupazione delle terre, con l’obiettivo di costituire delle cooperative agricole, tanto attivo che fu arrestato, rimanendo in carcere per circa un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951.

Innanzitutto una sua breve biografia, riprendendo alcune parti di quanto a lui dedicato da Wikipedia:

“Nacque il 24 dicembre del 1927 nella frazione di Altarello di Baida del comune di Palermo in una famiglia di contadini molto povera.

Sin da giovane si impegnò nella lotta a favore dei braccianti, finendo anche in carcere, prima nella Confederterra, poi nella Cgil (come segretario regionale della Sicilia) e, infine, aderendo al Partito comunista italiano….

Nel 1960 entrò nel Comitato centrale del PCI e, nel 1962 fu eletto segretario regionale, succedendo a Emanuele Macaluso.

Nel 1969 si trasferì a Roma per dirigere prima la direzione della commissione agraria e poi di quella meridionale.

Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo fece entrare nella segreteria nazionale di Botteghe Oscure. Nel 1972 venne eletto deputato, e subito in Parlamento si occupò di agricoltura.

Propose una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi (scopo poi raggiunto dall'associazione Libera, che raccolse un milione di firme al fine di presentare una proposta di legge, che si concretizzò poi nella legge 109/96).

Nel 1981 decise di tornare in Sicilia per assumere la carica di segretario regionale del partito. Svolse la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base missilistica NATO a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia…

Alle 9,20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito.

Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio.

Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere…

Al funerale presero parte centomila persone tra cui Enrico Berlinguer, il quale fece un discorso.

Poco dopo l'omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati.

Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici del tribunale di Palermo chiusero l'istruttoria rinviando a giudizio nove boss mafiosi aderenti alla Cupola mafiosa di Cosa Nostra.

Per quanto riguarda il movente si fecero varie ipotesi, ma nessuna di queste ottenne riscontri effettivi. Nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, rivelò che Pio La Torre fu ucciso su ordine di Totò Riina, capo dei corleonesi, a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi….”.

Pertanto, proprio perché il più probabile movente dell’assassinio di La Torre fu la proposta di legge appena citata, è bene delinearne le sue principali caratteristiche.

Sempre su “Wikipedia” è possibile leggere:

“Fino al 1982, per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all'art. 416 c.p. (associazione per delinquere), ma tale fattispecie è ben presto risultata inefficace di fronte alla vastità e alle dimensioni del fenomeno mafia. Tra le finalità perseguite dai soggetti uniti dal vincolo associativo ve ne erano anche di lecite, e ciò costituì il più grande limite all'applicazione dell'art. 416.

Il 3 settembre 1982, l'uccisione del generale Dalla Chiesa e la successiva reazione di sdegno da parte dell'opinione pubblica, portò lo Stato nel giro di venti giorni a formulare e introdurre l'art. 416 bis, tramite la legge 646 del 13 settembre 1982, detta ‘Rognoni-La Torre’, dando così la propria risposta al grave fatto di sangue e perseguendo l'obiettivo di porre freno al problema mafia.

La nuova fattispecie prevede l'individuazione dei mezzi e degli obiettivi in presenza dei quali ci si trova di fronte ad una associazione di tipo mafioso. Il legislatore per la prima volta nel 1982 dà una definizione del concetto di mafia.

Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa una associazione è la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di omertà che ne deriva.

Gli obiettivi sono:

il compimento di delitti, acquisire il controllo o la gestione di attività economiche, autorizzazioni, concessioni, appalti o altri servizi pubblici, procurare profitto o vantaggio a sé o ad altri
limitare il libero esercizio del diritto di voto, procurare a sé o ad altri voti durante le consultazioni elettorali.

Gli ultimi due obiettivi sono stati inseriti nel 1992 nell'ambito delle misure adottate a seguito delle stragi di Capaci (attentato a Giovanni Falcone) e di Via D'Amelio (attentato a Paolo Borsellino).

L'art. 416 bis dispone inoltre la confisca dei beni, nonché l'applicabilità di tale fattispecie anche nell'ipotesi di camorra o di altre associazioni riconducibili a quelle di tipo mafioso, comunque localmente denominate”.

In un articolo pubblicato su www.narcomafie.it don Luigi Ciotti, presidente e fondatore dell’associazione  Libera, descrive le linee generali della seconda legge che prevedeva la confisca dei beni dei mafiosi, approvata nel 1996, che fu però ispirata dalla legge Rognoni-La Torre:

“Mi ricordo bene i mesi, densi di speranze e intensi nell’impegno, che hanno portato all’approvazione della legge 109.

Era la primavera del 1995: il progetto di Libera muoveva i suoi primi passi, stringeva i primi legami sul territorio. ‘Narcomafie’ invece esisteva già da un paio d’anni, e proprio quell’avventura, capace di costruire in poco tempo un’attenzione nuova intorno ai temi del crimine organizzato, una nuova consapevolezza e voglia di ‘esserci’, ci aveva convinti che era importante continuare su quella strada.

Era il momento però per un cambio di passo: si trattava di coinvolgere sempre più i ‘non addetti ai lavori’, di convincere la gente comune che per sconfiggere le mafie non sarebbero mai bastati gli arresti e i processi, ma serviva uno sforzo più collettivo: culturale, sociale, politico.

La scelta di scommettere sull’uso sociale dei beni confiscati puntava sul doppio valore, materiale e simbolico, di quei beni.

Alla base c’era il desiderio di realizzare, nel modo più incisivo, la grande aspirazione di Pio La Torre (che 13 anni prima aveva ispirato la prima legge in materia). Cioè restituire i beni dei mafiosi alla società, trasformarli da ricchezze illecite ed esclusive in beni condivisi, opportunità e diritti per tante persone…”.

Se dovessimo partecipare ad un corteo in memoria di Pio La Torre, come spesso succedeva nelle manifestazioni che si svolgevano negli anni  ‘70 e ‘80, avremmo gridato “ Pio La Torre è vivo e lotta insieme a noi”. Questo sarebbe stato solo uno slogan, però nel caso di La Torre molto di più: è profondamente vero che l’impegno di La Torre ha rappresentato un modello che è stato seguito da molti dopo di lui. E quindi il suo ricordo si è tradotto in numerosi atti concreti, che hanno visto coinvolte migliaia di persone, le quali prendendo spunto dalla lezione di La Torre si sono battuti con forza contro le mafie ed hanno ottenuto anche dei risultati positivi. Si deve continuare così.




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27 aprile 2012

Draghi sarebbe stato un premier migliore di Monti

Anche alla luce delle recenti dichiarazioni rilasciate dall’attuale presidente della Bce, in un’audizione presso la commissione Affari Economici del Parlamento europeo, nell’ambito delle quali ha avanzato la proposta di un “patto per la crescita”, io credo proprio che se fosse stato Mario Draghi a diventare presidente del consiglio, invece che Monti, la sua politica, soprattutto quella economica, sarebbe stata decisamente migliore rispetto a quella che è stata portata avanti fino ad ora dal professore bocconiano.

L’ipotesi di un Mario Draghi presidente del consiglio fu avanzata già nei primi mesi del 2011, quando alcuni osservatori, più consapevoli della crisi economica che attraversava l’Italia, nonostante le rassicurazioni di cui, colpevolmente, si fecero portatori sia Berlusconi che il suo ministro dell’Economia Tremonti, ritenevano già allora che fosse necessario dare vita a un nuovo governo, guidato da un tecnico.

E fu proposto che il candidato ideale come nuovo premier fosse proprio Draghi, allora governatore della Banca d’Italia. Del resto, diversi anni prima, diventò presidente del  Consiglio un altro governatore di Bankitalia, il mai dimenticato Carlo Azeglio Ciampi, successivamente nominato presidente della Repubblica.

Quando Draghi fu nominato presidente della Bce, in sostituzione di Trichet, quell’ipotesi cadde, ovviamente, e, sembra che, anche per questo motivo, Berlusconi apprezzò quella nomina perché un suo possibile antagonista fu escluso dal novero dei candidati alla sua sostituzione.

In seguito Berlusconi diede le dimissioni da premier e Napolitano incaricò Mario Monti per succedergli come nuovo presidente del Consiglio.

Perché ritengo che se fosse diventato premier Draghi avrebbe fatto molto meglio di Monti?

Soprattutto perché Draghi era ed è un keynesiano, quindi più disponibile, in periodi di elevata disoccupazione, a rilevare la necessità di politiche espansive, e comunque non contraddistinte da un eccessivo rigore fiscale, per favorire la crescita economica e la riduzione della disoccupazione. Invece Mario Monti può essere definito un neoliberista, più incline a perseguire il pareggio del bilancio pubblico e a mettere in secondo piano l’obiettivo di una forte crescita dell’occupazione.

A tale proposito è bene ricordare che Mario Draghi nel 1970 conseguì la laurea in Economia presso l'Università La Sapienza di Roma, e ha avuto come relatore il professor Federico Caffè. In seguito continuò gli studi presso il Massachusetts Institute of Technology con Franco Modigliani e Robert Solow.

Fu un allievo di Caffè e Caffè, come del resto Modigliani e Solow, due fra gli economisti più importanti a livello mondiale che ci sono stati negli ultimi decenni, era un convinto keynesiano.

Del resto alcune dichiarazioni che Draghi ha rilasciato, in occasioni molto importanti, avvalorano la mia tesi che, se fosse diventato premier, egli avrebbe ottenuto risultati migliori e avrebbe perseguito obiettivi più importanti, in politica economica soprattutto, rispetto a quanto ha dimostrato di saper fare fino ad ora Mario Monti.

Nell’audizione presso la commissione Affari Economici, che risale a pochi giorni or sono, ha rilasciato dichiarazioni molto significative. Così si può leggere in un comunicato emesso dall’agenzia Agi:

“Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha detto che dopo l'approvazione del patto di bilancio (fiscal compact) ‘adesso dobbiamo avere un patto per la crescita’ (growth compact), parlando in un'audizione al Parlamento europeo a Bruxelles…

‘Il consolidamento fiscale attuato solamente sulla base dell'aumento delle tasse è sicuramente recessivo,’ ha detto Draghi durante un'audizione al Parlamento europeo a Bruxelles, aggiungendo che è invece necessario portare avanti una riduzione delle spese.

‘In condizioni di urgenza ed estrema tensione si aumentano le tasse perchè è più facile aumentare le tasse che ridurre le spese,’ ha ammesso Draghi, mettendo in guardia però dal rischio di effetti recessivi sull'economia…

L'inflazione è bassa e ‘restera' bassa’: secondo Draghi, la politica monetaria dell'istituto centrale non e' quindi da considerare ‘troppo restrittiva’. "Al momento giusto - ha detto durante il dialogo monetario all'Europarlamento - la liquidità immessa arriverà all'economia reale”.

In un articolo comparso su www.corriere.it, furono riportate alcune affermazioni che Draghi fece a proposito di una manifestazione tenutasi a Roma alcuni mesi or sono e a cui partecipò un notevole numero di giovani:

“‘Hanno ragione’. ‘I giovani, hanno ragione a prendersela con la finanza come capro espiatorio’.

Mario Draghi governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce, commenta così la manifestazione di Roma contro le banche degli Indignati. I ‘Draghi ribelli’ si fanno chiamare e la definizione non dispiace al governatore.

‘La notizia oggi non è a Parigi, ma a Roma’, dice prima di partecipare ai lavori del vertice dei ministri finanziari e dei governatori del G20 sulle strategie da attuare per arginare crisi che si svolgono nella capitale francese.

‘Siamo arrabbiati noi contro la crisi, figuriamoci loro che hanno venti, trenta anni. Hanno aspettato, aspettano tanto. Per noi non è stato così’, aggiunge il governatore che sulle difficoltà dei giovani a trovare un lavoro ha dedicato gli interventi più recenti….”.

Di un articolo di Nicoletta Cottone, sull’ultimo discorso pronunciato da Draghi come governatore della Banca d’Italia, possono essere riportate alcune parti anch’esse emblematiche riguardo alle valutazioni di Draghi realtivamente alla crisi economica italiana:

“Tornare alla crescita, sconfiggendo gli interessi corporativi che opprimono il Paese. Riconducendo il bilancio pubblico al pareggio, ricomponendo la spesa pubblica a vantaggio della crescita, riducendo il fisco che grava sui tanti lavoratori e imprenditori onesti con i proventi della lotta all'evasione fiscale.

Queste le linee guida del Governatore della Banca d'Italia uscente, Mario Draghi, nelle ultime Considerazioni finali all'Assemblea ordinaria dei Partecipanti, il tradizionale discorso rivolto a banchieri, imprenditori, autorità e istituzioni…

Per il Governatore andrebbero ridotte ‘in misura significativa’ le aliquote fiscali elevate che gravano sui redditi dei lavoratori e sulle imprese. Come? ‘Compensando il minor gettito con ulteriori recuperi di evasione fiscale, in aggiunta a quelli, veramente apprezzabili, che l'Amministrazione ha recentemente conseguito’…

La spesa pubblica deve contrarsi. ‘Senza sacrificare la spesa in conto capitale - ha spiegato Draghi - oltre quando già previsto nello scenario tendenziale e senza aumentare le entrate, la spesa primaria corrente dovrà però ancora contrarsi, di oltre il 5% in termini reali nel triennio 2012-2014, tornando in rapporto al Pil, sul livello iniziale del decennio’…

‘Più e meglio preparate, le donne trovano più difficilmente lavoro e guadagnano di meno. Per Draghi la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un ‘fattore cruciale di debolezza del sistema’…

Eppure in Italia l'occupazione femminile è ferma al 46%, venti punti in meno di quella maschile, è più bassa che in quasi tutti i Paesi europei soprattutto nelle posizioni più elevate e per le donne con figli; e le retribuzioni sono, a parità di istruzione ed esperienza, inferiori del 10% a quella maschili’...

‘La concorrenza stenta a propagarsi al settore dei servizi - ha sottolineato Draghi - specie quelli di pubblica utilità. Non si auspicano privatizzazioni senza controllo ma un sistema di concorrenza regolata, in cui il cliente, il cittadino, sia più protetto.

La sfida della crescita non può essere affrontata solo dalle imprese e dai lavoratori direttamente esposti alla competizione internazionale, mentre rendite e vantaggi monopolistici in altri settori deprimono l'occupazione e minano la competitività complessiva del paese’...”.

Quanto ho scritto fino ad ora nel post dimostra chiaramente, a mio avviso, la validità della tesi sostenuta all’inizio: Draghi, se fosse stato premier, avrebbe attuato una politica economica senza dubbio diversa da quella che ha contraddistinto l’azione di governo di Monti, non caratterizzata da un eccessivo rigore fiscale e molto più attenta a promuovere la crescita economica e la riduzione della disoccupazione, in primo luogo quella giovanile.




permalink | inviato da paoloborrello il 27/4/2012 alle 9:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


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